Ore 18,15 Consiglio comunale, il sindaco Floris esterna il suo pensiero sulle pale eoliche. L’aula pende dalle sue labbra. Lui è contrario alle pale nel Golfo degli Angeli (sospiro di sollievo da entrambe le bancate, a sinistra e a destra) e ha letto sui giornali che anche altri primi cittadini delle città che si affacciano sullo stesso mare sono contrari. L’ha letto sui giornali? Pensavamo ci fosse già un coordinamento, un tavolo di raccordo (magari con due ricci sopra)… Poi Floris ammette di non essere documentato sui possibili danni a poseidonia, spiaggia sommersa e spiaggia emersa. E che aspetta? Un altro ripascimento? Ma gli astanti, tranne Cugusi, fanno finta di non cogliere. Però fa tenerezza, il sindaco. Ama il paesaggio di Cagliari e lo dice candidamente. Si vede e si sente che è cagliaritano. Ama le radici (medicamentose) della nostra città e dei suoi abitanti, ama il paesaggio storico, culturale, marino e logico (paesaggio logico?). Sì, logico, perchè è grazie alla logica che tornano alla mente il Poetto (e il ripascimento), Tuvixeddu e le tombe puniche (con l’assiro Cualbu), lo “storico” Sant’Elia (da buttare giù per Cellino), tunnel carpiali in via Roma e mica per togliere auto ma autobus… Insomma la summa è: meglio Zirone di Gigi Riva. Come è possibile che un uomo che ha fatto tutto questo sia ora nemico acerrimo delle torri eoliche? Dov’è la logica? Eccola la logica: diporto e vela. Le pale disturbano le regate veliche e tutto ciò che intorno a loro ruota (le pale, appunto). Suvvia sindaco, un po’ di coerenza. Ci sta bene la sua posizione controvento, ma stia più attento alle tantissime altre vertenze ambientali e ambientaliste che coinvolgono città e cittadini. Grazie
Non abrogato ma più semplicemente aggirato. Mai nominato, l’articolo 18 si avvia sulla strada di una rapida archiviazione. Dopo due anni di spola parlamentare, il cosiddetto «collegato lavoro» (il disegno di legge 1167 B) è arrivato ieri in lettura definitiva al senato, l’articolo incriminato (quello su conciliazione e arbitrato) è stato approvato in serata e già oggi l’intero provvedimento potrebbe diventare legge. Il governo riesce nell’impresa fallita otto anni fa e lo fa senza mai nominare l’oggetto in questione. L’articolo 18 viene di fatto svuotato, reso inesigibile, sostituito da un arbitrato cucito su misura sull’imprenditoria nostrana. Non decade ma servirsene sarà sempre più difficile.(continua…)
Incontro con l’economista egiziano, il cui ultimo libro ribadisce la ricerca di alternative per il superamento del capitalismo, considerato «una parentesi storica». Intanto, i processi migratori configurano un futuro di bidonville planetarie Giuliano Battiston
Memorie di un marxista indipendente: così recita il sottotitolo del più recente libro autobiografico dell’economista egiziano Samir Amin, A
Life Looking Forward (Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a rivendicare la necessità di appellarsi all’utopia critica e di «partire da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo. Nonostante l’obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello neo-liberista – «un apartheid a livello globale» – Samir Amin è però consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi «non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l’iniziativa rimane comunque nelle mani del capitale». (continua…)
«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. (continua…)
Ai cagliaritani dubbiosi sulla liceità del riunirsi nella strada pubblica a pregare, dedichiamo questi articoli della Costituzione italiana e il servizio pubblicato oggi su L’Unione Sarda, a proposito della moschea in Marina. Per fortuna, almeno dal punto di vista della cultura della tolleranza - al netto di qualche eccezione, Cagliari non è il profondo nord padano…
Art. 17.
I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Art. 18.
I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Art. 19.
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.
Art. 20.
Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.
Alla fine la pistola fumante è stata scoperta, ma invece di chiarire ha annebbiato ancora di più una situazione già complicata. Gli hacker che pochi mesi fa hanno attaccato Google e altre decine di aziende americane dando l’avvio a una crisi diplomatica inaspettata - anche se certo con radici più profonde - tra Pechino e Washington erano proprio cinesi. E quel che è peggio, studenti di due istituti della Repubblica popolare.
A tirare la bordata è stato ieri il New York Times, che in questa vicenda di guerriglia informatica e di schermaglie politiche degna dei tempi della Guerra fredda ha ormai il ruolo della corazzata. L’autorevole testata ha avuto una soffiata altrettanto autorevole: nientemeno che i servizi segreti interni, quella National Security Agency cui la stessa Google si era rivolta, non senza suscitare a sua volta perplessità tra gli utenti, dopo lo smacco subito con la violazione dei propri server da parte di potenti criminali informatici. (continua…)
Quanto è accaduto in Val di Susa nella notte tra mercoledì e giovedì è terribilmente significativo dell’Italia di oggi. Per certi versi tragicamente esemplare. Mentre il paese intero sprofondava nel fango per lo scandalo della Protezione civile, esattamente nel momento in cui a Roma i giudici della Corte dei Conti denunciavano la crescita esponenziale della corruzione, lo Stato si scatenava, con una violenza del tutto sproporzionata e ingiustificata, contro una popolazione che - tra i pochi - tenta di contrastare la logica dell’affarismo e la devastazione del territorio. Comandava la piazza - guarda chi si rivede - lo stesso alto funzionario per il quale i PM titolari dell’inchiesta genovese sul «macello» della scuola Diaz avevano chiesto la condanna a un anno e mezzo di reclusione con l’accusa di aver tentato, come il suo capo De Gennaro, di occultare le responsabilità. E che con De Gennaro era stato assolto, con una sentenza che sollevò scandalo.
Non stupisce che anche questa volta le testimonianze parlino di un accanimento particolare nei pestaggi, con scene simili a quelle di Genova 2001: l’uso feroce dei manganelli, la gente a terra malmenata da grappoli di agenti inferociti, la caccia all’uomo anche quando gli assembramenti erano sciolti, complice l’oscurità e l’assenza di giornalisti. Risultato: un giovane in gravissime condizioni per un trauma cranico con emorragia, una donna di Villarfocchiardo con fratture plurime al volto e alle costole e sospette lesioni interne, decine di feriti curati dai medici in valle per timore dell’arresto in ospedale. Il tutto per realizzare un’impresa inutile, futile se non truffaldina come ben sa chiunque si sia occupato da vicino della cosa: un carotaggio dal puro significato simbolico, in un terreno geologicamente già ben conosciuto e analizzato, fatto con l’unico scopo di mostrare burocraticamente a Bruxelles che qui si «fa qualcosa» e raccattare con un espediente i fondi europei stanziati. Un dispendio di denaro pubblico per intercettare flussi finanziari da redistribuire nella rete delle imprese e dei professionisti coinvolti in attività prive di utilità reale. C’erano, dunque, in un «punto solo» - nello spazio sintetico di un episodio - un po’ tutti gli ingredienti della crisi italiana. Di questo lungo, strisciante 8 settembre della repubblica, senza Alleati e senza partigiani, in cui tutto sembra «andare giù» nel fragore del gossip e nell’impotenza delle azioni. C’era l’arroganza cieca di un potere logoro ma ancora capace di far male. C’era il ritorno arrogante, preponente, del nostro passato prossimo non risolto né emendato: la vergogna cruenta di quel G8 genovese, incrociata e sovrapposta alla vergogna sordida del mancato G8 sardo, l’uno all’insegna delle torture (impunite) della Diaz e di Bolzaneto, l’altro delle escort del Centro massaggi romano… C’era, infine - a far da capro espiatorio e a testimoniare un residuo di dignità - la solitudine politica di un pezzo di «popolo» che comunque resiste alla logica che ci ha portati fin qui. E non accetta la riduzione della propria comunità a merce da svendere e mettere a profitto.
Marco Revelli il manifesto 19/2/10 NO TAV Notte del 18-02-2010. Il Blocco della valle di Susa
Venerdì 19 febbraio, al T-Hotel di Cagliari (ore 17,30), Franco Melis presenta il suo ultimo libro: “Quei giorni a Fonsarda“.
Si tratta di una raccolta di “storie” che hanno come sfondo comune, incombente e pregnante, la lotta degli abitanti di un quartiere di Cagliari che si svolse alcuni decenni fa contro la costruzione di alcuni palazzoni, a scapito e danno di orti e mandorleti. Fu a mio avviso la prima battaglia che affrontava i temi del diritto dei cittadini a partecipare alla discussione e alle decisioni politiche che li riguardavano. Una sorta di bilancio partecipativo alla Porto Alegre; una specie di lotta no-global antesignana, che mirava a tutelare soprattutto la qualità dell’ambiente e delle relazioni tra le persone, che difendevano i “luoghi” degli incontri, delle chiacchierate, insomma della socialità del quartiere.
Da quelle battaglie - che si intrecciavano con le lotte studentesche e operaie degli anni ‘70 - nacque e si irrobustì una generazione di “sognatori concreti”, li chiamo io, che imparò a mettere lingua su ciò che non ritenevano giusto, e di denunciare, spesso inascoltati, il malaffare e le commistioni insane all’interno dei palazzi della politica cittadina.
La lotta degli abitanti di Fonsarda, così si chiama il quartiere “incriminato”, torna in auge quarant’anni dopo nel momento in cui, a Cagliari, si svolge un’altra simile battaglia contro i palazzoni: quella di Tuvixeddu.
I temi sono gli stessi, con in più la memoria storica di un’intera città da difendere, con il suo paesaggio e il suo passato. La necropoli punica più grande e importante del Mediterraneo rischia di essere “valorizzata” alla solita maniera della lobby del mattone: ti faccio il parco a mie spese, però intorno mi costruisco 28 unità immobiliari, per 14.630 metri cubi di costruzioni.
Gli amministratori locali, dando l’impressione di essere avvezzi a tutelare e favorire i privati piuttosto che l’interesse pubblico, usano la seguente tecnica: non si occupano minimamente di valorizzare gli spazi pubblici, che anzi lasciano in condizioni di abbandono evidente, e poi plaudono all’intervento del privato grazie al quale quello spazio pubblico ritorna, in parte, fruibile. Tutti felici e contenti. Punici, cagliaritani e costruttori.
Intorno a Tuvixeddu si sta svolgendo uno scontro a colpi di carte da bollo e di interventi parlamentari che, a gamba tesa, vorrebbero favorire gli interessi privati, attraverso un provvedimento che toglierebbe la competenza sui nullaosta paesaggistici alle sovrintendenze, in barba al Codice Urbani, per restituirla a comuni e regioni.
La differenza tra Fonsarda e Tuvixeddu mi pare però essere proprio sulla quantità e qualità del coinvolgimento popolare, degli abitanti del quartiere, dei movimenti e dell’intera comunità cagliaritana.
Dove siete, cari lottatori di Fonsarda?
Per capirne un po’ di più, e per ritrovarli, domani pomeriggio vado a sentire Franco Melis nella presentazione del suo “Quei giorni a Fonsarda”, venti storie inventate, forse tutte vere.