CagliariMonAmour chi si ribella gode

19 Gennaio 2008

“Punizione e permissivismo sono entrambi deleteri”

Archiviato in: droghe — admin @ 20:31

Terra, 06 ottobre 2003

Intervista a un medico del SERT di Cagliari

“Punizione e permissivismo sono entrambi deleteri”
 
Il vicepremier Gianfranco Fini ha riproposto di recente l’idea di punire i consumatori di sostanze stupefacenti e di indirizzarli obbligatoriamente in comunità di recupero. Per lui, ma anche per tantissimi altri, non c’è differenza tra droghe leggere e pesanti.

A questo proposito abbiamo intervistato un medico di un SERT cagliaritano, che preferisce mantenere l’anonimato.

La marijuana è come l’eroina. E’ proprio così, dottore?
Effettivamente, la divisione tra sostanze cosiddette leggere e quelle cosiddette pesanti dal punto di vista farmacologico è artificiosa. Le droghe, legali o illegali che siano, fanno tutte male, e i meccanismi, i centri cerebrali coinvolti sono gli stessi. Ciò che cambia è forse la gravità della dipendenza che si instaura: l’alcol e l’eroina, ad esempio, oltre un certo limite d’uso creano dipendenza fisica oltre che psicologica (a parte i danni fisici diretti di vario tipo e varia entità). Chi usa queste sostanze può finire facilmente intrappolato in un sistema per cui deve continuare ad usarle per non star male, (per non avere la crisi d’astinenza) ed è disposto a tutto, come sappiamo, per non farsele mancare. L’uso di marijuana crea prevalentemente dipendenza psicologica, il che peraltro non è poco, dato che fumare continuativamente marijuana espone a rischi per la salute (come il fumo di sigaretta). Non abbiamo l’escalation che conosciamo per l’eroina e la cocaina, capita raramente al Sert di dover trattare un tossicomane da cannabis. Ma è anche vero che gli eroinomani hanno quasi tutti cominciato con la marijuana. Qui entrano in ballo le caratteristiche personali di chi usa sostanze. Direi comunque che ogni persona che usa sostanze è un caso a sè e il suo problema va capito e affrontato in modo specifico.

E le nuove droghe, quelle sintetiche?
Anche le droghe sintetiche agiscono allo stesso modo e già dalla prima volta possono danneggiare il sistema nervoso centrale. Ma i consumatori di queste sostanze in genere non arrivano al Sert. Il fenomeno cui stiamo assistendo in questi ultimi anni noi operatori dei Sert è l’abuso di cocaina, anche nei vecchi eroinomani, con una dipendenza psicologica fortissima e gravi danni psichiatrici legati all’uso di questa sostanza. Un altro fenomeno cui assistiamo sempre di più è il poliabuso di sostanze. Oggi l’eroinomane, ad esempio, a parte la cocaina è facile che abusi anche di alcol e di benzodiazepine (valium, roipnol, rivotril, ecc.), oltre magari a fumarsi quotidianamente lo spinello e a continuare a fumarsi un pacchetto o due di sigarette. Un vortice di dipendenze veramente impressionante.

Quanti SERT esistono in città?
Due. In via Liguria e in via Valenzani. Ogni SERT dispensa circa un migliaio di terapie all’anno, tra alcolisti, eroinomani, cocainomani.

In cosa consiste la terapia?
La tossicodipendenza è un fenomeno complesso. Alla base ci sono questioni che toccano l’aspetto psicologico del soggetto e quello sociale del contesto in cui vive. La terapia pertanto, o meglio le terapie, consistono in un aspetto farmacologico, che può essere di breve durata o protratto ( i farmaci sostitutivi più usati per gli eroinomani sono il metadone e la buprenorfina, con il naltrexone come antagonista; l’alcover e l’antabuse i farmaci più usati per gli alcolisti) e in un sostegno psicologico e sociale. In ogni SERT operano medici, infermieri psicologi, assistenti sociali ed educatori professionali. Concluso il ciclo terapeutico, che noi cerchiamo che sia tanto medico quanto psico-sociale, il reinserimento dei tossicodipendenti (quando possibile) viene seguito da cooperative di lavoro ‘protetto’, cioè cooperative i cui membri definibili ‘ex tossicodipendenti’ restano in contatto col Sert.

Ma si può uscire dalla tossicodipendenza?
Guardi, dopo un certo numero di anni è difficile. Soprattutto se ci riferiamo alla guarigione definitiva. Delle centinaia di pazienti che ho conosciuto e trattato, solo pochissimi hanno dato un addio definitivo alla tossicodipendenza. La stragrande maggioranza sono morti per le complicanze legate alla tossicodipendenza o sono tuttora in trattamento. Cambiare vita, dopo certi livelli di coinvolgimento è oltremodo difficile, specie se coesistono altri disturbi psichiatrici o fisici, non ci sono famiglie affidabili alle spalle, non c’è lavoro, ecc.. Non bisogna ‘mollare’, naturalmente, nè come pazienti, nè come operatori. Del resto, capitano anche i ‘miracoli’. In generale tuttavia gli obiettivi vanno proporzionati alle risorse disponibili per il paziente. Non vorrei apparire disfattista, ma per molti dei miei pazienti mi sono abituato a considerare un successo il fatto che, durante il trattamento, non facciano più uso di ’sostanze’. Continueranno ad essere in qualche misura tossicodipendenti, nel senso che usano farmaci oppiacei per ottenere questo risultato, ma sono anche tossicodipendenti in trattamento, che possono, a partire da questo punto, riprovare ad affrontare la vita. Se per guarigione intendiamo anche questo, le percentuali positive salgono decisamente. Il problema è che la ricaduta è sempre in agguato, non solo dopo ma anche durante il trattamento.

Nelle comunità terapeutiche hanno risultati migliori?
Credo che abbiano le stesse percentuali di “guarigione” dei Sert. Gran parte dei nostri utenti ha fatto l’esperienza della Comunità terapeutica, in toto o in parte. Il problema principale per chi riesce a terminare il programma è quello del dopo. Trascorsi gli anni comunitari, alcuni pazienti hanno dato una svolta decisiva alla loro vita, talvolta restando legati alla Comunità in veste di operatori; altri tuttavia sono ricaduti nell’uso di droga in tempi più o meno brevi. Molto dipende anche dalle motivazioni per cui si entra in Comunità. Ultimamente quasi tutte le Comunità (nelle quali non si usano farmaci sostitutivi) si sono dotate di strutture di preaccoglienza per fronteggiare in collaborazione col Sert il problema della disintossicazione.

Quindi Fini fa bene a obbligare alla comunità?
Chi viene costretto ad entrare in Comunità, (come del resto chi finisce in carcere), non esce dalla tossicodipendenza. A meno che non resti in Comunità a vita. Questa è la mia esperienza di operatore. Mi pare che la proposta di Fini parta da esigenze politico-sociali più che assistenziali, e sottovaluti la forza della tossicodipendenza, la difficoltà del recupero di un tossicomane. D’altra parte molti pazienti sono i primi a rendersi conto che in certe fasi, per certe situazioni, la Comunità è indispensabile e la richiedono. In altri casi ancora siamo noi del Sert i primi a proporre l’ingresso in Comunità. Così è ovviamente diverso che essere costretti ad entrarci.

E la punizione per chi fuma lo spinello?
La punizione, nel senso di sanzione amministrativa (ad esempio il ritiro della patente) applicata dalla Prefettura a chi fa uso di sostanze stupefacenti e non smette, c’è già. I Sert sono incaricati anche dei controlli sulla base dei quali la Prefettura esegue la sanzione. Non so cosa proponga Fini. Comunque sia, penso che la semplice punizione, ma anche il lassismo, il permissivismo, siano deleteri. Bisogna informare, educare, discutere, far capire. Bisogna prendersi l’onere di farlo. E’ qualcosa che spetta innanzitutto alle famiglie, ai genitori, quindi alla scuola, agli insegnanti. Infine allo Stato. Personalmente lascerei la punizione (la sanzione amministrativa di cui s’è detto) ma all’interno di questo quadro preventivo-educativo, che deve prevalere. Sul piano sociale punire rischia di allontanare le persone che si drogano da chi li può aiutare. D’altra parte è importante prendere posizione chiaramente contro tutte le droghe, legali e illegali, compreso lo spinello. Senza allarmismi o criminalizzazioni, ma anche senza ambiguità, lasciando ai giovani la loro piena responsabilità, nel caso decidano di ‘rischiare’ comunque la propria salute. Forse l’obiettivo dei proibizionisti è proprio quello di evitare - con la punizione per chi fuma- che alcuni ragazzi inizino a fumare. Al di là di un certo autoritarismo che la punizione indubbiamente implica, una punizione proporzionata è almeno un chiaro segnale di dissenso che gli adulti credo possano e debbano dare ai giovani, in questo tema così importante. Sempre che funzionino gli altri aspetti e che da chi si prende la responsabilità di punire non provenga poi un esempio contraddittorio.

E’ d’accordo con Fini, quindi?
Non direi. Dico solo che il fenomeno è più complesso di quello che si vuol far credere. Ad esempio, la scelta ‘libertaria’ olandese mi sembra sia più un’abdicazione dello Stato ai propri compiti educativi nei confronti dei giovani, che una scelta autentica di tolleranza. Altre persone sono invece entusiaste di quell’esperienza. Molti dicono: se si punisce chi fuma lo spinello, perchè non punire chi fuma la sigaretta o beve il bicchiere di birra? Si tratta in ogni caso di droghe! Al che si potrebbe naturalmente obbiettare: se già ci affliggono da decenni le conseguenze del tabagismo e dell’alcolismo, perchè aggiungere nel ‘paniere’ pure le conseguenze del fumo della cannabis indica? Penso poi che i discorsi punitivi perdano senso in presenza di una malattia, ossia quando la tossicodipendenza si è strutturata e possiamo dire che l’individuo si sta punendo da sè, e in maniera molto severa.

Il SERT è una struttura pubblica?
Certo, dipende dalla ASL.

Ritiene che i finanziamenti siano sufficienti per il vostro lavoro?
Direi di no.



Uso e abuso

Penso che ci sia differenza tra bersi un litro di rosso a pasto e berne invece mezzo bicchiere. Penso ci sia differenza tra farsi due grammi di eroina al giorno e farsi una pera ogni quindici giorni. Così come c’è differenza tra la canna quotidiana del 15enne e quella dell’impiegato 35enne, che sa gestirsi e se la gode senza rischi. Fermo restando che sono d’accordo sul tipo di approccio al problema, credo non sia facile parlare di cura o di prevenzione a chi si fuma lo spinello della domenica. Soprattutto quando molti medici, magari non quelli dei Sert, non sconsigliano, anzi, il bicchiere di vino rosso a pasto; o quando molti altri medici assegnano in alcuni casi alla marijuana valenza terapeutica. Un ragionamento sulle droghe non può prescindere da questo. Nè dal fatto che lo Stato sta depotenziando e impoverendo proprio quelle istituzioni, come scuola e sanità, che dovrebbero aiutare giovani e famiglie nella prevenzione e nella cura.
Mario B.
07/10/03

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