CagliariMonAmour chi si ribella gode

6 Maggio 2010

La caduta degli dei

Archiviato in: guerra e pace, movimenti, parole, globale — matilde @ 18:23

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore
. (continua…)

23 Marzo 2010

Populismo o riformismo

Archiviato in: politica, movimenti, globale — admin @ 21:40


Prendiamoci una pausa dai comizi dell’amore di Berlusconi, dal pallottoliere delle presenze in piazza di destra e di sinistra, dall’appello vaticano al voto antiabortista ripetitivo e prevedibile come i suddetti comizi e proviamo a inserire l’anomalia italiana» nella cornice di una giornata carica di buone notizie dagli Stati uniti e dalla Francia. I conti in politica alla fine tornano, e non è un caso che la prima, storica vittoria della presidenza di Obama coincida con il primo, visibile segno di stanchezza del popolo e del populismo di Berlusconi a piazza San Giovanni: guardando a ritroso l’anno che abbiamo alle spalle, non aveva torto chi vedeva nell’elezione del presidente americano l’apertura di una fase che avrebbe portato inesorabilmente al declino il premier italiano. L’approvazione, dopo una lunga corsa a ostacoli che è lungi dall’essere finita, della riforma sanitaria americana, che malgrado tutti i compromessi a cui il testo è stato sottoposto resta una vera e propria rivoluzione per la mentalità e il sistema economico e politico di quel paese, consente fra l’altro di riconsiderare la questione molto dibattuta della natura della leadership di Obama, e di trarne qualche conseguenza per i fatti di casa nostra. Carisma, populismo, riformismo: la questione della leadership nelle democrazie occidentali in mutazione passa da qui. (continua…)

8 Dicembre 2009

Un uragano di nome Evo

Archiviato in: politica, movimenti, globale — matilde @ 11:47

evo morales

BOLIVIA. Nelle elezioni di domenica Morales sbaraglia il campo: 63% dei voti.

Alla faccia di chi nel 2005 diceva che sarebbe durato sei mesi.

Questo trionfo è dedicato a tutti i popoli e i presidenti che lottano contro il capitalismo in ogni parte del mondo». Sono state le prime parole con cui Evo Morales ha commentato la schiacciante vittoria nelle elezioni di domenica, quando è risultato rieletto con un inedito 63% dei voti contro il 27% di Manfred Reyes Villa, il suo principale concorrente di destra. Evo ha vinto in 6 dei 9 dipartimenti e i voti rurali che arrivano per ultimi, potrebbero ampliare il margine.
Adesso sì che Morales ha in mano non solo il governo ma anche il potere.
Il presidente boliviano ha avuto i voti che i sondaggi indicavano… e anche qualcuno di più. Ha ottenuto i due terzi dei senatori (nella legislatura uscente non aveva la maggioranza in senato) ed è a 2 deputati dallo stesso risultato alla Camera. A La Paz, Oruro, Potosí ha spazzato via la destra e ha vinto tutti i seggi in palio del senato. L’opposizione sta vincendo a Santa Cruz, Beni e Pando, anche se il Movimiento al socialismo di Evo è riuscito ad aumentare - e in certi casi a raddoppiare - i voti in queste regioni autonomiste della «mezzaluna orientale», ottenendo la metà dei seggi del senato in lizza. E ha vinto a Tarija, dipartimento meridionale alleato con Santa Cruz dove si concentra più dell’80% del gas del paese.
A La Paz il Mas sfiora l’80%. Nelle regioni aymara intorno al lago Titicaca, il voto per Evo è fra il 90 e il 100%. La spiegazione? Identificazione etnica con il «primo presidente indigeno» nella storia della Bolivia e politiche sociali che hanno portato «bonus» a bambini, vecchi e donne incinte. «Ora lo stato è in ogni casa», dice Evo.
La Paz, Cochabamba, Oruro, Potosí e Chuquisaca domenica hanno anche votato sì all’autonomia per rovesciare il no del referendum del 2006 e mettersi al passo della nuova costituzione che proclama uno stato plurinazionale e autonomico. Morales ha anticipato che ora si potrà «togliere il segreto bancario e vedere come sono state accumulate certe fortune»,
Morales ha vinto tutti gli appuntamenti elettorali da quando fu eletto per la prima volta nel dicembre 2005 con il 54%. Nel giugno 2006 vinse le elezioni per la Costituente con il 51%, nell’agosto 2008 fu confermato alla presidenza dal referendum con il 67% e nel gennaio 2009 la nuova costituzione è passata con più del 60%. Questa sequela di batoste elettorali ha scioccato l’opposizione, che ha anche sbagliato strategia puntando su violenza e destabilizzazione.
«Un Morales doveva prima o poi apparire, si chiamasse come si chiamasse: Quispe, Mamani, Condori o Choquehuanca. Per ovvie ragioni il posto di primo presidente indigeno in Bolivia era riservato a un aymara o un quechua», dice l’ex-presidente Carlos Mesa. E Evo Morales - un animale politico a tempio pieno - ha occupato quel posto sull’onda delle rivolte sociali fra il 2000 e il 2005 che ha polverizzato il vecchio sistema politico nato nel 1985 e noto come la «democracia pactada». Le élite lo prendevano in giro, nel 2005, dicendo che Morales non sarebbe durato sei mesi… e ora accusano il leader cocalero di volersi perpetuare al potere. Il dibattito qui in Bolivia adesso si centra sull’interrogativo se, con una maggioranza così schiacciante, il governo si radicalizzerà o no nel suo secondo mandato 2010-2015.
«Faremo quello che abbiamo detto. Non c’è un’agenda occulta. Una grande vittoria elettorale significa più responsabilità rispetto alla gente. Il nostro obiettivo è il grande balzo industriale, lo stato sociale protettore e il decollo della de-colonizzazione e dell’autonomia: sarà più rapido, più efficace e più deciso», ha detto al manifesto il vice-presidente Alvaro Garcia Linera. E ha articolato il progetto del secondo mandato del Mas: «In una società in cui l’imprenditoria è molto debole, qualcuno deve farsi carico di avviare la costruzione della modernità, dell’integrazione e del benessere. I neo-liberisti hanno creduto che questo ruolo potessero svolgerlo gli investimenti stranieri. Oggi abbiamo uno stato produttivo in vari settori: petrolio, finanza, energia, industria mineraria, agro-industria. Uno stato che regola ed equilibra. In Bolivia c’è stata una rivoluzione vistosa sul piano politico, però un’altra più rapida, più contundente e meno rumorosa sul piano economico». Per questo forse il futuro economico boliviano assomiglia di più al capitalismo di stato industrialista del nazionalismo rivoluzionario degli anni ‘50 che al socialismo o all’anti-capitalismo proclamato da Morales.
Le sfide di fronte l’«evismo» non sono da poco. Il paese continua a basarsi sull’industria estrattiva e vive del gas e prodotti minerari. Per questo Morales dice che la priorità del secondo mandato sarà lo sradicamento della povertà estrema che tocca ancora oltre il 30% della popolazione .

Pablo Stefanoni

La Paz

from il manifesto 08/12/09

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