CagliariMonAmour chi si ribella gode

23 Marzo 2010

Populismo o riformismo

Archiviato in: politica, movimenti, globale — admin @ 21:40


Prendiamoci una pausa dai comizi dell’amore di Berlusconi, dal pallottoliere delle presenze in piazza di destra e di sinistra, dall’appello vaticano al voto antiabortista ripetitivo e prevedibile come i suddetti comizi e proviamo a inserire l’anomalia italiana» nella cornice di una giornata carica di buone notizie dagli Stati uniti e dalla Francia. I conti in politica alla fine tornano, e non è un caso che la prima, storica vittoria della presidenza di Obama coincida con il primo, visibile segno di stanchezza del popolo e del populismo di Berlusconi a piazza San Giovanni: guardando a ritroso l’anno che abbiamo alle spalle, non aveva torto chi vedeva nell’elezione del presidente americano l’apertura di una fase che avrebbe portato inesorabilmente al declino il premier italiano. L’approvazione, dopo una lunga corsa a ostacoli che è lungi dall’essere finita, della riforma sanitaria americana, che malgrado tutti i compromessi a cui il testo è stato sottoposto resta una vera e propria rivoluzione per la mentalità e il sistema economico e politico di quel paese, consente fra l’altro di riconsiderare la questione molto dibattuta della natura della leadership di Obama, e di trarne qualche conseguenza per i fatti di casa nostra. Carisma, populismo, riformismo: la questione della leadership nelle democrazie occidentali in mutazione passa da qui. (continua…)

17 Marzo 2010

L’ALLEATO

Archiviato in: politica — matilde @ 15:10

«Se andiamo avanti così per presentare le liste Berlusconi chiamerà Bertolaso», la battuta non era male. A Pier Ferdinando Casini il decreto con cui il governo aveva tentato di salvare la lista del Pdl a sostegno di Renata Polverini nelle regionali del Lazio non era piaciuto. Lo aveva criticato a modo suo, con questa uscita spiritosa, con un’altra dichiarazione più preoccupata per «il rispetto delle regole», ma in piazza con il Pd non c’era voluto andare. Perché, aveva spiegato, «l’opposizione si fa in parlamento». Ieri in parlamento è arrivato il decreto salva-liste e poteva facilmente essere fermato subito, definitivamente. Bastava che i deputati dell’Udc fossero stati in aula a votare per la pregiudiziale di costituzionalità che loro stessi avevano presentato. Ma non c’erano. La legge si è salvata e oggi sentiremo cosa dirà il Tar sulla lista del Pdl. Berlusconi non ha avuto bisogno di chiamare Bertolaso. Gli è bastato chiamare Casini. (continua…)

4 Marzo 2010

Articolo 18: è controriforma

Archiviato in: politica, movimenti — matilde @ 20:58

Non abrogato ma più semplicemente aggirato. Mai nominato, l’articolo 18 si avvia sulla strada di una rapida archiviazione. Dopo due anni di spola parlamentare, il cosiddetto «collegato lavoro» (il disegno di legge 1167 B) è arrivato ieri in lettura definitiva al senato, l’articolo incriminato (quello su conciliazione e arbitrato) è stato approvato in serata e già oggi l’intero provvedimento potrebbe diventare legge. Il governo riesce nell’impresa fallita otto anni fa e lo fa senza mai nominare l’oggetto in questione. L’articolo 18 viene di fatto svuotato, reso inesigibile, sostituito da un arbitrato cucito su misura sull’imprenditoria nostrana. Non decade ma servirsene sarà sempre più difficile. (continua…)

23 Febbraio 2010

Giuliano Ferrara suona la ritirata?

Archiviato in: politica — matilde @ 12:32

 

«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. (continua…)

10 Febbraio 2010

Piano per il lavoro. E’ in arrivo il buonsenso?

Archiviato in: politica, movimenti, Sardegna — admin @ 20:54

Terra, 19 marzo 2005 (ex ed 221)

C’è una frase che Bertinotti e Prodi - la strana coppia - amano ripetere, a proposito di programma: il modo di costruirlo è programma stesso.

Sottoscrivo in pieno.

La coalizione che ha vinto le ultime elezioni regionali - ma direi soprattutto Progetto Sardegna - aveva già messo in pratica e inaugurato questo metodo. Le numerose assemblee, gli incontri molteplici con Renato Soru, le alleanze con le realtà civiche e “movimentesche” dei territori, la costruzione dal basso di obiettivi e priorità; tutto ciò è stato il valore aggiunto, la novità vincente della e nella definizione del programma. Sull’onda della protesta mondiale contro il liberismo, di quella nazionale contro il governo ad personam di Berlusconi e di quella regionale contro il giovane Pili, Progetto Sardegna aveva intercettato e capitalizzato - con il suo metodo democratico - le fonti del malcontento. Conquistato il governo regionale, Soru ha iniziato a realizzare la nostra idea di rinnovamento.

Ma la bussola del metodo del coinvolgimento, in qualche caso, sembrava segnare la direzione opposta. Ad esempio sulla legge chiamata “Piano straordinario per il lavoro”, quando, pur registrando la contrarietà di tutte le forze sociali, di quasi tutti i comuni e di molti componenti della maggioranza consiliare e pur nell’ottica - condivisibile, ma a certe condizioni - del risanamento dei conti, Soru aveva deciso di tagliarne i fondi. Prescindendo dal fatto che la sforbiciata non era parte del programma, resta il fatto che ancor più adesso che si governa, il metodo della discussione e della socializzazione delle scelte deve proseguire, cercando di raggiungere un nuovo equilibrio tra la giusta esigenza di “decidere” senza veti di sorta e l’altrettanto indispensabile rispetto per le forze in campo.

Credo si tratti della stessa questione, sollevata da più parti, del riequilibrio dei poteri tra presidente della regione e Consiglio. Ma di questo, non dico.

A volte bisogna arrendersi alle ragioni degli altri. Soprattutto quando gli altri sono tutti. Il che non vuol dire che ciò che pensano tutti sia anche “il giusto”, ma che ancora di meno lo può essere quello che pensano i pochi. Né vuol dire che bisogna rinunciare alle proprie convinzioni, ma che è necessario rendersi conto che ciò che governiamo non ci appartiene.

E Soru, questo, lo sa bene. E’ il principio etico che lo guida.

Infatti, quasi sicuramente la legge 37 verrà rifinanziata con 90 milioni di euri di fondi regionali e con 110 milioni di fondi POR. Ben fatto. Ero sicuro che in questa vicenda la saggezza del nostro presidente, alla fine, sarebbe riemersa. Solo gli eletti ritornano sui propri passi a verificare e a riaggiustare ciò che dopo il loro passaggio rischiava di danneggiarsi. Il lavoro, i lavoratori e i disoccupati, però, necessitano anche di altro. Questo rifinanziamento è solo l’inizio.

Leonardo
cma

Alessandra Mussolini chiude il cerchio

Archiviato in: politica — admin @ 20:49

Terra, 18 marzo 2005 (ex ed 220)

La storia dei Mussolini era iniziata a sinistra, nel vecchio Partito socialista, e si chiude oggi, con Alessandra, in quel luogo comune dove convivono le persone così ricche di spirito e anticonformiste da avere poco a che spartire con la destra.
Non so se sia la nipote del duce ad abbandonare la destra oppure sia quest’ultima, come afferma la Mussolini, ad aver perso per strada i valori tradizionali.
Sta di fatto che, a mio parere, una persona come lei, impegnata sul fronte delle pari opportunità, del diritto delle donne alla “piena e garantita vita politica”, della tutela della salute e in difesa dell’aborto, contro la legge sulla fecondazione assistita, ecc. ecc., non può che essere persona di sinistra.
Lo so, lo so: il mio proverbiale manicheismo mi porta a considerare di sinistra tutto ciò che mi sta bene, senza farmi nemmeno sfiorare dal dubbio che
a) ciò che mi sta bene potrebbe essere anche di destra;
b) la destra non è solo dio, patria e famiglia.
Ma che ci posso fare: sono fatta così.
Ammetterete comunque che la rottura tra Alessandra Mussolini e Alleanza Nazionale esiste ed è insanabile.
E ammetterete pure che a furia di spostarsi sempre più a destra, oltre il semicerchio parlamentare, si arriva a sinistra.
Insomma, al di là delle ubicazioni e delle definizioni (e autodefinizioni), esiste uno spazio in cui si possono scoprire interessi comuni e necessità condivisibili, una sorta di limbo delle etichette e di paradiso delle intelligenze.
Là, si possono anche iniziare, tutti insieme, battaglie di civiltà.
Non mi passa per la testa, ovviamente, il pensiero che non esistano interessi reali differenti tra destra e sinistra. Anzi sono convinta che le classi sociali cui storicamente si riferiscono le sinistre non siano sparite nel nulla e che conservino in sè e per sè molte istanze inconciliabili con gli interessi della destra.
Sono altresì convinta che la forza del pensiero progressista e libertario possa convincere e coinvolgere (più o meno coscientemente) le persone intelligenti come Alessandra Mussolini. Il tempo aiuta questo processo.
Chissà che in un futuro non troppo lontano non possiamo vedere, nella stessa formazione, Veltroni e Mussolini…
Sarebbe una formazione di sinistra o di destra?

Maria
cma

14 Dicembre 2009

Elezioni primarie. Ma quanti candidati, madama Dorè…

Archiviato in: politica, movimenti — matilde @ 16:59

Elezioni primarie Ma quanti candidati, madama Dorè…

ex ed. 210  Terra, 19 gennaio 2005

8 Dicembre 2009

Un uragano di nome Evo

Archiviato in: politica, movimenti, globale — matilde @ 11:47

evo morales

BOLIVIA. Nelle elezioni di domenica Morales sbaraglia il campo: 63% dei voti.

Alla faccia di chi nel 2005 diceva che sarebbe durato sei mesi.

Questo trionfo è dedicato a tutti i popoli e i presidenti che lottano contro il capitalismo in ogni parte del mondo». Sono state le prime parole con cui Evo Morales ha commentato la schiacciante vittoria nelle elezioni di domenica, quando è risultato rieletto con un inedito 63% dei voti contro il 27% di Manfred Reyes Villa, il suo principale concorrente di destra. Evo ha vinto in 6 dei 9 dipartimenti e i voti rurali che arrivano per ultimi, potrebbero ampliare il margine.
Adesso sì che Morales ha in mano non solo il governo ma anche il potere.
Il presidente boliviano ha avuto i voti che i sondaggi indicavano… e anche qualcuno di più. Ha ottenuto i due terzi dei senatori (nella legislatura uscente non aveva la maggioranza in senato) ed è a 2 deputati dallo stesso risultato alla Camera. A La Paz, Oruro, Potosí ha spazzato via la destra e ha vinto tutti i seggi in palio del senato. L’opposizione sta vincendo a Santa Cruz, Beni e Pando, anche se il Movimiento al socialismo di Evo è riuscito ad aumentare - e in certi casi a raddoppiare - i voti in queste regioni autonomiste della «mezzaluna orientale», ottenendo la metà dei seggi del senato in lizza. E ha vinto a Tarija, dipartimento meridionale alleato con Santa Cruz dove si concentra più dell’80% del gas del paese.
A La Paz il Mas sfiora l’80%. Nelle regioni aymara intorno al lago Titicaca, il voto per Evo è fra il 90 e il 100%. La spiegazione? Identificazione etnica con il «primo presidente indigeno» nella storia della Bolivia e politiche sociali che hanno portato «bonus» a bambini, vecchi e donne incinte. «Ora lo stato è in ogni casa», dice Evo.
La Paz, Cochabamba, Oruro, Potosí e Chuquisaca domenica hanno anche votato sì all’autonomia per rovesciare il no del referendum del 2006 e mettersi al passo della nuova costituzione che proclama uno stato plurinazionale e autonomico. Morales ha anticipato che ora si potrà «togliere il segreto bancario e vedere come sono state accumulate certe fortune»,
Morales ha vinto tutti gli appuntamenti elettorali da quando fu eletto per la prima volta nel dicembre 2005 con il 54%. Nel giugno 2006 vinse le elezioni per la Costituente con il 51%, nell’agosto 2008 fu confermato alla presidenza dal referendum con il 67% e nel gennaio 2009 la nuova costituzione è passata con più del 60%. Questa sequela di batoste elettorali ha scioccato l’opposizione, che ha anche sbagliato strategia puntando su violenza e destabilizzazione.
«Un Morales doveva prima o poi apparire, si chiamasse come si chiamasse: Quispe, Mamani, Condori o Choquehuanca. Per ovvie ragioni il posto di primo presidente indigeno in Bolivia era riservato a un aymara o un quechua», dice l’ex-presidente Carlos Mesa. E Evo Morales - un animale politico a tempio pieno - ha occupato quel posto sull’onda delle rivolte sociali fra il 2000 e il 2005 che ha polverizzato il vecchio sistema politico nato nel 1985 e noto come la «democracia pactada». Le élite lo prendevano in giro, nel 2005, dicendo che Morales non sarebbe durato sei mesi… e ora accusano il leader cocalero di volersi perpetuare al potere. Il dibattito qui in Bolivia adesso si centra sull’interrogativo se, con una maggioranza così schiacciante, il governo si radicalizzerà o no nel suo secondo mandato 2010-2015.
«Faremo quello che abbiamo detto. Non c’è un’agenda occulta. Una grande vittoria elettorale significa più responsabilità rispetto alla gente. Il nostro obiettivo è il grande balzo industriale, lo stato sociale protettore e il decollo della de-colonizzazione e dell’autonomia: sarà più rapido, più efficace e più deciso», ha detto al manifesto il vice-presidente Alvaro Garcia Linera. E ha articolato il progetto del secondo mandato del Mas: «In una società in cui l’imprenditoria è molto debole, qualcuno deve farsi carico di avviare la costruzione della modernità, dell’integrazione e del benessere. I neo-liberisti hanno creduto che questo ruolo potessero svolgerlo gli investimenti stranieri. Oggi abbiamo uno stato produttivo in vari settori: petrolio, finanza, energia, industria mineraria, agro-industria. Uno stato che regola ed equilibra. In Bolivia c’è stata una rivoluzione vistosa sul piano politico, però un’altra più rapida, più contundente e meno rumorosa sul piano economico». Per questo forse il futuro economico boliviano assomiglia di più al capitalismo di stato industrialista del nazionalismo rivoluzionario degli anni ‘50 che al socialismo o all’anti-capitalismo proclamato da Morales.
Le sfide di fronte l’«evismo» non sono da poco. Il paese continua a basarsi sull’industria estrattiva e vive del gas e prodotti minerari. Per questo Morales dice che la priorità del secondo mandato sarà lo sradicamento della povertà estrema che tocca ancora oltre il 30% della popolazione .

Pablo Stefanoni

La Paz

from il manifesto 08/12/09

4 Ottobre 2009

Obiettivo: a 300 metri

Archiviato in: politica, ambiente, Sardegna — matilde @ 17:37

Obiettivo: a 300 metri

Il Gennargentu e i diritti della “gente”

Archiviato in: politica, ambiente, Sardegna — matilde @ 17:36

Il Gennargentu e i diritti della “gente”

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