CagliariMonAmour chi si ribella gode

9 Aprile 2009

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Brevi note sul caso Ranno/Fideuram

Archiviato in: politica, poetto, amarofantasy — matilde @ 19:54

Un (t)orrido week end di paura

19 Marzo 2009

Videolina si arruola

Archiviato in: amarofantasy, giornalismo — matilde @ 20:53

Ci mancava solo Videolina nell’esercito della Grande propaganda filo-governativa.

Durante il servizio sulla manifestazione dei lavoratori della scuola in sciopero (sciopero CGIL), i suoi TG odierni ci hanno gentilmente informato - questione assolutamente secondaria, oltre che tutta da verificare - che le scuole medie di Cagliari hanno regolarmente lavorato.

A pochi minuti dall’inizio della manifestazione, i giornalisti di Videolina erano quindi già riusciti a sentire i genitori dei compagnetti dei loro figli? O avevano fatto un giro di telefonate ai referenti crumiri di qualche segreteria scolastica?

Ma sì, l’informazione deve essere utile al disegno dei propri editori, anche se incompleta, funzionale soprattutto ai disegni globali e di classe. Perchè gli editori si sentono classe padrona e perciò fratelli degli attuali governanti. Ma i giornalisti? Che c’entrano i giornalisti? Loro dovrebbero appartenere alla classe dei lavoratori.

E invece molti giornalisti di Videolina si sono arruolati nell’esercito della controparte, se ne fregano di verificare le notizie e riferiscono solo ciò che è utile al loro padrone. Bravi. Inutili, ma bravi.

Suvvia, ragazzi, uno scatto d’orgoglio.

5 Aprile 2008

Berlusconi ringrazia Legambiente

Archiviato in: ambiente, amarofantasy — admin @ 15:09

Terra, 04 febbraio 2004

Gli amici di Legambiente hanno indirizzato al Cavaliere una lettera aperta in cui gli chiedono di intercedere nei confronti della figlia contro la realizzazione del mega insediamento tusristico di Costa Turchese. Nella lettera, integralmente pubblicata da “La Nuova Sardegna” di ieri, martedì 3 febbraio, gli ambientalisti riconoscono al Presidente del Consiglio, oltrechè l’amore e la famosa competenza per le piante esotiche, un’indubbia passione per la natura e l’ambiente tutto, descrivendo, a testimonianza di ciò, le bellezze floreali di cui ama circondarsi e le splendide case, in Italia e in Sardegna, immerse nel verde.

A stretto giro di posta, Silvio Berlusconi prende carta e penna e risponde agli amici di Legambiente. In escusiva per cagliarimonamour, anticipiamo alcuni stralci della missiva.

“Carissimi, vi giunga innanzitutto il mio più sincero ringraziamento per le parole di elogio che mi avete indirizzato. Sono certo che esse giungono dal cuore, ma anche dalla consapevolezza che pochi imprenditori sanno coniugare sviluppo e conservazione, ambiente e turismo, come me. Il mio amore per la Sardegna, per la sua gente e per il suo paesaggio, mai potrà essere secondo agli appettiti di chicchessia.

Le vostre parole sfondano una porta aperta, ma mi danno anche la forza per confermarvi che, così come affermate egregiamente, io so e saprò tutelare le bellezze di questa meravigliosa isola di Sardegna. Potete fidarvi.

(…) Chiederò a mia figlia di farmi diventare il “supervisore” di Costa Turchese e garantirò la perfetta consonanza di tutte le costruzioni al paesaggio circostante. Non abbiate timore. Vigilerò affinchè gli investimenti della mia famiglia non vadano sprecati in operazioni che deturpano le splendide coste, non garantendo così un positivo e auspicabile ritorno economico.

Sapete bene, e ve ne do atto, che gli imprenditori, come me e mia figlia, vogliono valorizzare il proprio capitale e non buttarlo al vento, imbruttendo invece che abbellendo ciò che Dio ci ha donato. (…) Vi siete messi nelle mie mani, ed esse non sapranno deludervi. Costa Turchese sarà un vero paradiso terrestre per chi ci andrà a vivere. I sardi non si accorgeranno di niente perchè neanche lo vedranno, tanto sarà armonico il connubio cemento/territorio.

(…) Il condono edilizio, cui voi solo accennate, è stato una necessità, finanziaria e sociale. Finanziaria perchè attraverso il gettito fiscale garantito dal condono cerchiamo di aggiustare i conti pubblici; sociale perchè diamo una risposta a quanti hanno dovuto ricorrere agli abusi per garantirsi un tetto sopra la testa, contro le lentezze della burocrazia italiana. Ma l’ho fatto a malincuore. Sappiatelo.

(…) Un caro abbraccio dal vostro Silvio Berlusconi”.

15 Febbraio 2008

Intervista in esclusiva a Gesù Nazareno: “Quella croce non mi appartiene”

Archiviato in: amarofantasy, società — admin @ 20:46

Terra, 1 novembre 2003

Questo che segue è il resoconto di un intervista esclusiva, eccezionale, unica, assurda ma vera, rilasciatami da Gesù Nazareno, il solo titolato a parlare di crocefisso e della sua esposizione in pubblico. Il mio contatto - che chiameremo Beatrice - mi dà appuntamento in una taverna di Stampace. Alle 20,00 di ieri sera entro nel locale, fumoso e stracolmo di gente vestita stranamente. Un po’ pirati, un po’ nobili secenteschi, hanno tutti cappelli a larghe falde e tracannano tazze di vino rosso e profumato.

Beatrice mi attende all’ultimo tavolo in fondo, accanto a una botola laterale che presumibilmente porta alla cantina. Dopo un frettoloso saluto, mi porge un boccale colmo di una bevanda che pare birra e mi offre una sigaretta. Sono in preda a una tale eccitazione che tremo tutta; ma la birra ha come un effetto calmante, e la sigaretta mi stordisce leggermente.

“Che roba è? - chiedo insospettita. “Olio libanese. Ti servirà a sopportare la visione. Non preoccuparti: non fa male.”

Subito dopo attraversiamo la botola, scendiamo una trentina di scalini in pietra e mi ritrovo in un orto circondato da palme e lecci che ne delimitano il confine. Beatrice è dietro di me. Con lei ci sono adesso due di quei tipi della taverna. Bisbigliano di una carrozza e di una vasca da bagno. Uno dei due è avvolto in una nube di fumo. Ha un sigaro toscano in bocca, credo, e l’odore del tabacco mi stordisce ancora una volta.

Una cancellata alta almeno dieci metri si apre su una strada alberata e illuminata da singole lampadine appese direttamente ai fili tra le case. Si, ci sono case, e mi pare di essere al Terrapieno di Villanova. Chissà perchè le file di lampadine accese mi ricordano un presepe. Le due figure lasciano Beatrice e, attraversato il cancello, spariscono nel viale.

“Che succede, Beatrice?” “Niente. Adesso vengono a prenderci e andiamo al cimitero punico. L’incontro è lì. Prima dovrai lavarti, però. Con oli e unguenti che serviranno a purificare e preparare il tuo corpo.”
“A Tuvixeddu?” “No, il bagno lo farai nel cortile di una Chiesa…” “No, dico, il cimitero punico è quello di Tuvixeddu?” “Si, si. Adesso andiamo.”

Un calesse trainato da sei cavalli bardati di rosso porpora e col pennaccio nero in testa si ferma al cancello dell’orto. In cassetta c’è uno dei pirati. Questa scena l’ho già vissuta. Forse mi ricorda qualche film, o forse la mia infanzia a Bilbao, dove i carri funebri erano tirati da cavalli come questi. Arriviamo in una piazza scarsamente illuminata, ma mi pare sia piazza San Cosimo. Lasciata la carrozza, io e Beatrice scendiamo nel piccolo anfiteatro ed entriamo nello spazio della basilica. A destra, accanto a una specie di sarcofago in pietra, c’è quel secondo pirata, con in mano una veste bianca lunga. Il sarcofago è pieno d’acqua.

“Spogliati Maria” intima Beatrice. Mi sento improvvisamente inibita e titubante. Sono come paralizzata. Beatrice mi si avvicina e, suadente, ripete “Spogliati, Maria. Serve per l’intervista. Dai.”

L’uomo porge la veste a Beatrice e si allontana. Il buio ci avvolge e allora mi denudo ed entro nell’acqua. E’ calda, bollente, odorosa e rilassante. Beatrice mi spinge dentro anche la testa e mi invita ad uscire. E’ come se avessi su tutto il corpo uno strato di grasso di balena. Non sento freddo e sono quasi asciutta. La veste bianca mi scivola addosso e il pirata, rientrato, mi porge un’altra bevanda calda. Beatrice lo bacia e lo licenzia “Ci vediamo domani pomeriggio”.

Io e lei entriamo nella Chiesa di San Saturno e cominciamo a camminare, camminare. Le pareti sono grotte; alcune torce ci indicano il percorso. Graffiti e disegni. Guerrieri Shardana piantonano le varie deviazioni di queste grotte. Mi sento stordita, riprendo a tremare, sono impaziente. In fondo alla grotta, verso quella che pare l’uscita, un eroe con quattro occhi e quattro braccia regge due scudi e due spade di bronzo. Ci lascia passare.

E mi ritrovo a Tuvixeddu, ma ancora dentro le grotte. Le tombe.

Beatrice mi prega di sdraiarmi e di stare calma. Poi mi soffia sul viso il fumo acre di una torcia. Una fitta lancinante mi sconquassa il petto e…
ed uscii dal mio corpo. Mi vedevo, ero addormentata, sdraiata su un tappeto sardo, o fenicio, boh! Anche Beatrice era addormentata. La vedevo accanto al mio corpo e il buio si fece meno profondo. Ero fuori dalle grotte, sulla collina di Tuvixeddu; vedevo il mare e lo stagno, dove c’erano delle luci di piccole imbarcazioni che tessevano rotte circolari…

Improvvisamente venni invasa da un senso di pace assoluta e mi sentii spinta a voltarmi. Seduta su una tavola di pietra, una figura appena illuminata dalla luce di una candela. Era vestita miseramente, un viso glabro da algerino (da cagliaritano della Marina) e capelli ricci. Mi mostrò le mani e capii: era Lui. L’intervista cominciò.

“Ci sono degli atei, Gesù, che vorrebbero togliere il crocefisso dalle aule di scuola.”
“Anche io ovviamente sono ateo. Non ho dei da adorare. Sopra di me non c’è nessuno e l’uomo è fatto a mia immagine e somiglianza. Non sono andato volentieri su quella croce e ogni volta che ci ripenso, sto male. Se avessi potuto, l’avrei evitata.”
“La croce è il simbolo dell’amore e della pace, in cui noi italiani tutti ci riconosciamo.”
“Ma che cavolo stai blaterando? Me ne infischio dei vostri falsi simboli. Io vorrei ben altro da voi. Quella croce che esponete ai bambini non mi appartiene. Io voglio scendere dalla croce e voi invece mi ci riappendete ogni giorno. Liberate il popolo da quel simbolo di dolore. A me basta che siate me ogni giorno. Anche atei, ma pur sempre come me”

La luce del giorno cominciava a raggiungerci. Gesù Nazareno mi si avvicinò. Somigliava vagamente a Ben Amara, il consigliere del PRC al consiglio comunale di Cagliari.

“Gesù, posso raccontare questo nostro incontro?”
“Maria, quanto libanese ti hanno fatto fumare? Certo che devi raccontarlo, ma sappi che pochi lo crederanno vero…Semmai lascia stare le somigliane col PRC…”
“Ma l’ho già scritto, Signore…”
“Si, lo so. Ma tu invita la gente a continuare a leggere qui sotto e tutto si sistemerà:

La luce del giorno cominciava a raggiungerci. Gesù Nazareno mi si avvicinò. Non somigliava a nessuno in particolare. Il suo viso emanava pace e serenità. “Gesù, posso raccontare questo nostro incontro?”
“Maria, quanto libanese ti hanno fatto fumare? Certo che devi raccontarlo, ma sappi che pochi lo crederanno vero…”
“Insomma, tu vuoi che il crocifisso venga tolto?”
“Non il crocifisso. I crocifissi. Capisci la differenza?”
“Si. Credo di sì.”
“Bene. L’intervista è finita.”

Sopraggiunse una crisi di panico. Stavo per essere abbandonata e il dolore di questa separazione tranciava il mio cervello. Non vidi più niente, non seppi più niente.

“Maria. Oh, Maria.” La voce di Beatrice mi arriva attutita, vellutata. Sono nuovamente nella taverna di Stampace. Alcuni ragazzi mangiano un panino seduti sul tavolo vicino al nostro. Accanto a Beatrice, un uomo in giacca e cravatta mi guarda sorridente. Riconosco il pirata.
“Vuoi mangiare qualcosa, Maria?” “Che ore sono?” “Sono le due del pomeriggio del primo novembre. E tutto va bene.”

21 Dicembre 2007

A Sant’Elia

Archiviato in: politica, amarofantasy, società — admin @ 19:46

Terra, 14 luglio 2003

Reverendissimo Sant’Elia, perdoni la sfacciataggine di una peccatrice, quale io sono, nel rivolgere ad Ella una prece affinch? possa intercedere per i miei amici cagliaritani presso le alte sfere a Lei note.

Da qualche decennio, in effetti, la collettivit? locale si ? data, come governanti, taluni potentati che, tra alti e bassi, tra gentiluomini e “arrogadoris” (Lei capisce il castellano), non hanno sviluppato appieno le potenzialit? della nostra citt?.

A dirla tutta, la crescita ? stata talmente confusa e scoordinata che Cagliari appare ai pi? come una citt? disordinata e incomprensibile, soprattutto nei quartieri nati dopo il secondo dopoguerra. Una citt? che ha acuito le proprie contraddizioni sociali (Cagliari ? una citt? palazzinara ma anche ricca di “senza tetto”) e che non ha saputo ancora distinguersi e lavorare per essere la leader del territorio metropolitano (emblematica la vicenda del parco di Molentargius e lo stato semicomatoso dei trasporti pubblici). Difficile diventare capitale del Mediterraneo senza essere nanche capitale del Campidano.

Ma Sua Santit? conosce bene le vicende - e spero che ne possa condividere anche il mio punto di vista - e avr? sicuramente sentito della fine riservata allo stadio ad Ella intitolato. Il Sant’Elia si appresta a diventare o lo sfizio di tal Cellino (attuale presidente del Cagliari calcio e noto “pagano” dei campi di calcio sui quali si diverte a spargere sale divinatorio), con negozi, ristoranti e centro commerciale per portafogliati locali e non, o un deserto assolato senza pi? la “nostra squadra del cuore” a riscaldarci le domeniche invernali.

Sant’Elia, lo stadio ? Suo. Ne faccia ci? che vuole. Ma valuti la possibilit? di renderlo fruibile a tutti i cittadini, e non solo per assistere finalmente a veri grandi eventi (come i meeting di atletica leggera), ma anche per usarlo diversamente.

Ci siamo francamente stufate, io e molte mie amiche, di assistere al continuo rincoglionimento (mi scuso per il neologismo) della popolazione con il calcio e con i centri commerciali. Migliaia di persone che hanno perso il gusto di fare sport e si divertono soltanto ad imprecare contro un arbitro e a lanciare seggioline agli avversari, a scandire slogan da adolescenti mentecatti e a formare circoli e clubs in cui il cui massimo della cultura ? possedere (non leggere) il libro sulle prodezze di Gigi Riva.
Oppure a passare le serate libere al centro commerciale di turno, avanti indietro vetrina dopo l’altra a mettere in mostra l’anello al naso.

Adesso si vorrebbe addirittura coagulare le due mistiche esperienze in un’ unica realt?: lo stadio Sant’Elia inglobato in un altro mega centro commerciale.

(E tutto questo mentre un’altra parte della popolazione, la crema, si diletta con “prime” di concerti e di mostre d’autore, alle quali gli “altri” non sono invitati)

Non ? mia consuetudine condannare alcuno per i suoi gusti, n? peraltro, rivolgendomi a Lei, mi permetterei. N? amo la cultura “imposta” dall’alto, in una specie di orwelliana comunit? di “sofisti”. Ma reputo dovere di una seria amministrazione offrire alternative concrete di svago, qualcosa di diverso e di pi? appagante per un quartiere e per una citt? che si rispettino.

Il calcio ? una necessit?? Bene, si costruiscano campi di gioco per i ragazzi di quartiere. Il centro commerciale ? di moda? Bene, ce ne sono almeno quattro per un territorio non proprio densamente abitato come il nostro. Adesso pensiamo a qualcos’altro. Non dico un novello Centre Pompidou, ma qualcosa di simile s?. Qualcosa in cui sia consentito “fare” pi? che “assistere”, “sperimentare” pi? che essere sperimentati.

La Sua intercessione riguarderebbe la raccimolazione dei fondi necessari che, a quanto pare, mancano ai nostri taccagni governanti. Del resto non si pu? chiedere ai privati di privarsi di qualcosa per accontentare la collettivit?. I loro soldi, frutto di sudore e di titanica fatica quotidiana, sono loro appunto. E si sa che il denaro chiama altro denaro.

Quel tal Cellino offre i suoi soldi per comprarsi lo stadio e la possibilit? di farci ci? che vuole. Ma di ricchi, o reverendissimo, ne esistono di altri. Lei dia la forza agli amministratori di Cagliari per resistere alla tentazione del diavolo e per fare un progetto che sia realmente degno per il quartiere e per la citt?.

26 Maggio 2007

Lettera a Babbo Natale

Archiviato in: amarofantasy — admin @ 10:36

Terra, 10 dicembre 2002

Ciao babbo Natale. Come stai?
E’ trentacinquanni e passa che non ci si sente, dal tempo in cui a girovagare per via San Giovanni e Castello, le sere d’inverno, mi sembrava di essere la comparsa di un presepio vivente: deboli lampadine attaccate ai muri delle case per illuminare le strade; canuti artigiani sull’uscio di bottega ad aspettare la buona stella e poche macchine sui marciapiedi, dove vecchiette imparentate trotterellavano perennemente verso chiesa. Nei negozietti di alimentari si trovava l’olio sfuso, noi ragazzini si giocava a “prontus cuaddus” e prima di scuola tutti da signor Garuffi a comprare farina di castagne.
In tutti questi anni ognuno di noi ha percorso la propria strada: io immerso nella…realtà dei problemi quotidiani e tu nel mondo della fantasia a soddisfare i desideri dei bambini.
Ma questa volta vorrei invertire i ruoli, chiedendoti di occuparti di questioni forse meno importanti dei bambini, ma che con il loro futuro hanno sicuramente a che fare.
Ti scrivo, o babbo, perchè le cose qui sulla Terra non vanno mica tanto bene e perchè un tuo intervento sembra essere ormai l’unica via d’uscita.
Il mondo è governato da savissimi pazzi che hanno a cuore il potere e la ricchezza, e che per essi sono disposti a guerre e devastazioni, a soprusi e dittature.
Niente di nuovo sotto il sole, dirai tu. E hai ragione. Non passa giorno in cui le guerre del pianeta producano le loro vittime, e noi qui a non poter fare niente di veramente utile. Possiamo solo cercare di evitare che anche il nostro paese venga coinvolto.
Ma di questi tempi il rischio è molto alto; anzi, sembra che i nostri governanti non vedano l’ora di “scendere in campo” a fianco del forzuto protettore, l’impero del bene, per dare una lezione al cattivo di turno.
Almeno fosse!
La verità è che i cattivi difficilmente pagano il prezzo della guerra, tutto a carico dei più deboli.
Ecco, babbo Natale, proprio questo ti chiedo: se proprio guerra deve essere, fai che sia dei deboli contro i forti, degli sfruttati contro gli sfruttatori, degli affamati contro gli affamatori, degli offesi contro i prepotenti. Armali di coraggio e di resistenza, di saggezza strategica e di lungimiranza, di pazienza e di gaiezza, di fermezza e decisione. Fai che sia una guerra il meno cruenta possibile, ma che ponga fine alla arroganza dei potenti della terra.
Ma come - potresti dirmi - da ragazzino il Natale ti serviva a parlare di pace e ora mi chiedi la guerra?

Ma c’è veramente differenza, dico io, tra il parlare di pace e il volere la ribellione degli umili?
Se fossimo capaci di organizzare una società in cui la ricchezza e la democrazia sono distribuite equamente tra tutti, le guerre non avrebbero più ragione d’essere.
Se riuscissimo ad eliminare le classi sociali, non avremmo neanche bisogno di Stati, e senza Stati, forse, non ci sarebbero nemmeno guerre.
Ecco, babbo Natale, ti chiedo poprio questo.
So che non lo farai perchè la tua logica è, per fortuna, un’altra. E va bene così.
Però, almeno quest’anno, non prestarti alle sceneggiate “hollywoodiane”, tutte “amore, pace e bontà”; datti malato o entra in sciopero, ma non farti coinvolgere in tutte quelle ipocrite baggianate del “vero spirito del Natale”: in Palestina, in Costa d’Avorio, in Congo, in Uganda, in Nepal, a Timor Est, in Somalia, in Iraq, in Argentina, in Colombia, in Venezuela, in Amazzonia ecuadorena, non sanno che farsene.
Stammi bene, babbo.
Ah dimenticavo. L’illuminazione di via San Giovanni e di Castello non è cambiata molto, ma gli artigiani e le botteghe non ci sono più, e quell’aria da presepe è finita da un pezzo.
E mentre assaggio una triglia di scoglio, una spina mi va di traverso… e il tempo si fa più clemente

Buon Natale
 

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