CagliariMonAmour chi si ribella gode

23 Agosto 2010

Un paese in cui

Archiviato in: economia — matilde @ 23:21

Un paese in cui molta gente che lavora non vede l’ora di andare in pensione, è un paese triste. Cosa significa, infatti, sperare che al più presto ci si riposi? Cosa significa augurarsi che l’anzianità arrivi in frettissima?C’è forse la paura che le riforme allontanino sempre di più l’ora della pensione? C’è il disgusto per le condizioni di lavoro sempre peggiori, soprattutto in certi mestieri? C’è la ripulsa per un orario giornaliero che non finisce più…? C’è che ci stanno inculcando un’idea negativa di lavoro, quasi la sua inutilità sociale? Ci fanno credere di essere dei pesi per i datori di lavoro che, loro sì, sono anima e cuore, tanto che ci sostengono pagandoci lo stipendio? (continua…)

9 Aprile 2009

Archiviato in: amarofantasy, economia — matilde @ 20:03

Brevi note sul caso Ranno/Fideuram

28 Marzo 2009

Archiviato in: economia — matilde @ 13:15

editoriale150.html

19 Marzo 2009

Abuso di ricci

Archiviato in: poetto, economia — matilde @ 20:55

Le autorità di Quartu hanno scoperto diverse irregolarità nei chioschi-ristoranti del Poetto. Quelli specializzati nella degustazione e nell’offerta di piatti a base di ricci. E li hanno fatti chiudere.

Pare si tratti di norme igienico-alimentari non rispettate, di concessioni non rinnovate e addirittura di abusi edilizi.

Non entro nel merito della vicenda, segnalo solo che andrebbe riordinata anche la materia della pesca dei ricci che, se fatta in maniera sconsiderata e abnorme, può procurare seri danni all’equilibrio fauno-marino, a noi cagliaritani tanto caro.

Mi auguro che si trovi in fretta una soluzione che, nella legalità e con il buonsenso degli amministratori, elimini gli abusi e al contempo garantisca il lavoro delle persone che vivono dell’economia del riccio. E suggerirei ai vigili e alle autorità di Cagliari la stessa solerzia dei colleghi di Quartu. Ho il sospetto che scavando scavando (e neppure troppo a fondo) scoprirebbero abusi simili o peggiori anche nel Poetto cagliaritano. E non parlo solo degli stabilimenti balneari in cemento, ma anche dei mega-bar-ristorante-stabilimento sorti negli ultimi anni. Che dite, facciamo un controllino sulle aree occupate? Facciamo una verifica delle concessioni e delle autorizzazioni?

(dal sito della R.A.S.)

La raccolta dei ricci di mare può essere esercitata:
- dall’imbarcazione, anche con l’ausilio dello “specchio” o batiscopio mediante asta tradizionale (”cannuga”) e/o coppo;
- mediante immersione, a mano o con l’ausilio di qualsiasi strumento corto atto a staccare il riccio dal substrato.
E’ vietata la raccolta del riccio di mare mediante attrezzi trainati con imbarcazione o anche a mano mediante mezzi meccanici (strumenti in ferro), compresi i rastrelli.

La taglia minima di cattura è di 50 mm esclusi gli aculei; ogni esemplare di taglia inferiore prelevato in qualsiasi circostanza, da qualunque tipologia di imbarcazione e da qualsiasi categoria autorizzata alla pesca, anche non appartenente a quella dei pescatori professionali di echinodermi, dovrà essere immediatamente restituito al mare.

Il pescatore professionista, accompagnato da assistente a bordo dell’imbarcazione, può raccoglierne giornalmente 6 ceste (dimensioni: altezza 35 cm, lunghezza 60 cm, larghezza 50 cm), equivalenti, per due unità lavorative, a circa 3000 esemplari; se il professionista non è accompagnato da un assistente può raccogliere giornalmente 3 ceste pari a circa 1500 ricci.

Il pescatore sportivo, per uso personale, può raccogliere esclusivamente durante il periodo consentito dal calendario, un numero massimo di 50 ricci al giorno.

La stagione di pesca del riccio di mare per l’anno 2008-2009 è consentita dal 1 novembre 2008 al 13 aprile 2009.

Per l’esercizio della pesca dei ricci è necessario richiedere l’autorizzazione all’Assessorato regionale dell’Agricoltura. Il servizio pesca rilascerà le autorizzazioni in base alla disponibilità del numero di licenze non assegnate per ciascuna capitaneria di porto.

5 Aprile 2008

Città mercato: di destra o di sinistra?

Archiviato in: economia, società — admin @ 15:01

Terra, 15 gennaio 2004

Il famigerato piano commerciale della Provincia di Cagliari è stato temporaneamente sospeso. Le guerre di religione tra l’amministrazione Balletto e i comuni del territorio della futura provincia del Medio Campidano, tra piccoli negozianti e grande distribuzione, tra marchi diversi della stessa grande distribuzione e tra impresari edili si sono concluse con una tregua. C’è di che stare allegri? Quella del commercio è una gran brutta gatta da pelare (in senso economico-filosofico), perchè non si capisce bene chi abbia ragione e quali interessi reali ci siano in gioco. Proviamo a raccapezzarci un po’.

Il grande capitale è alla continua ricerca di occasioni di investimento e valorizzazione. Di solito, gira e rigira, va a bussare alle porte più redditizie del momento. Più redditizie in quanto evidentemente garantiscono alti saggi di profitto e una buona domanda a supporto. Tanto per capirci, nessuno oggi investirebbe quattrini in una fabbrica di trottole sarde (bardunfule) dato che i bambini non ci giocano più; li investirebbe invece nella costruzione di geomag o di barbie.

L’affare del momento sembra essere l’investimento in grossi centri commerciali: le città mercato. Una gran massa di capitale finanziario, alla ricerca di lavoro vivo da sfruttare, preme per essere utilizzata lì. Edilizia, ristorazione, alimentazione, boutique…e chi più ne ha più ne metta…tutto concentrato in un unico grande spazio, luogo di ritrovo dotato di ampi e confortevoli parcheggi, multimediale piazza paesana in cui, come attratte da potenti calamite, continuano ad affacciarsi nuove attività legate all’intrattenimento e allo spettacolo.

Insomma, la filosofia è la stessa che ha portato alla nascita del mercato di San Benedetto. Cambiano le dimensioni e alcune implicazioni.

La gente si accalca e spende, sempre e comunque. Anche perchè, come dicono i piccoli commercianti, nessuno può competere con i prezzi della grande distribuzione. Quindi le città mercato, e il capitale che le crea, svolgono anche una preziosa funzione sociale: abbattono i prezzi. Benissimo. Ma allora perchè bloccarle?

Paradossalmente, proprio i centri commerciali (futuri) del Medio Campidano sarebbero più utili ed efficienti di quelli dell’area cagliaritana, sempre intasati dal traffico perchè costruiti in zone chiuse o con pochi sbocchi. E allora? Quali altri interessi, temporaneamente opposti a quelli che le vorrebbero, si oppongono alla loro nascita?

Si dice che i piccoli commercianti sarebbero costretti a chiudere e i centri storici delle città si svuoterebbero. E’ vero. Ma è un processo già iniziato da diverso tempo e alla cui origine stanno appetiti e interessi dei più vari. Basti pensare a Cagliari, dove il mercato immobiliare registra prezzi altissimi che invogliano i propietari a vendere e che scoraggiano l’acquisto da parte “semplici lavoratori”. L’amministrazione comunale non solo non fa niente per far calare i prezzi, ma concorre in vari modi ad aumentarli. A comprare, a Cagliari, sono sempre le stesse persone che poi affittano a negozi, bar, attività imprenditoriali, studi professionali. E i centri storici si svuotano.

Che fare, allora? Innanzitutto cercare di evitare che le città mercato siano costruite e gestite sempre dalle stesse persone; dovrebbe, al contrario, essere garantita una sana concorrenza e la massima trasparenza in tutti gli atti amministrativi che sottostanno alla loro nascita.

Quindi sarebbe necessaria una forte tutela della forza lavoro impiegata anche attraverso interventi legislativi che riducano le estreme flessibilità (in ciò, la legge 30 è un ostacolo da rimuovere) e un controllo sul regime degli orari e dei riposi domenicali.

Questo potrebbe essere un primo tentativo, a nostro avviso, di regolare e mediare i saggi del profitto del settore ed evitare in prospettiva un numero troppo elevato di “metri quadri di negozi” in rapporto al numero di abitanti.

Per ultimo bisognerebbe favorire la cooperazione tra piccoli e medi commercianti, nella convinzione che, in ultima analisi, a un certo consumatore (che sta diventando maggioranza) interessa sempre più il rapporto qualità/prezzo e che in questo i prodotti locali possono sicuramente competere.

Il piano del commercio della Provincia di Cagliari risponde a tutto ciò?

Poveri bambini di Cagliari e dintorni

Archiviato in: ambiente, economia — admin @ 13:53

Terra, 06 gennaio 2004

Due grandi e originali notizie (si fa per dire) accompagnano l’ingresso del nuovo anno.
La prima. Le città della Sardegna e Cagliari in particolare sono agli ultimi posti, in Italia, nella speciale classifica curata da Legambiente delle città a misura di bambino.
La seconda. CGIL CISL e UIL metropolitane denunciano la povertà crescente dei cagliaritani, un quarto dei quali è già costretto a sopravvivere al di sotto della soglia minima di sussistenza.
Pur senza essere confortati dai dati, che ora giungono ufficialmente, i cagliaritani avevano sospettato qualcosa del genere.
E’ come vivere in una città a due dimensioni. In una di queste, tutto è concesso e a portata di mano: abbondanza, lusso sfrenato, divertimento e comodità. In questa dimensione anche i bambini stanno bene, sebbene chiusi nelle loro camere fornite di tutto, comprese baby sitter extracomunitarie 24 ore su 24.
Nell’altra, dominano deprivazione e depressione, disoccupazione e carenza di beni primari ed essenziali: casa, salute, istruzione. Qui i bambini giocano all’aperto, in un ambiente a dir poco ostile in termini di aria pulita, spazi verdi attrezzati. Sorvoliamo, per carità di patria, sulla mancanza, in città, di laboratori, di rassegne e teatro per bambini, di feste all’aperto.
Tagliati i finanziamenti per i servizi sociali comunali, non solo a causa dei minori trasferimenti governativi ma anche, evidentemente, di scelte precise, l’unica ricetta rimasta sembra essere quella della carità e dell’elemosina, come se gestire la macchina organizzativa della carità fosse la garanzia del mantenimento del potere. La specializzata Chiesa, qui da noi, non propugna alcuna teoria della liberazione, non denuncia nefandezze e ingiustizie nè indica soluzioni “radicali” (nel senso di “soluzioni che vanno alla radice dei problemi”) alla povertà e alla disoccupazione, ai bassi salari e alla flessibilità estrema.
Nè si è mai pronunciata, per quanto ne sappiamo, contro l’inquinamento crescente e la mancanza di piste ciclabili per bambini, per le zone a traffico limitato e le isole pedonali, per l’incremento degli impianti sportivi e contro l’impoverimento - materiale e culturale - della scuola pubblica.
Cagliari, dunque, in attesa di una sollevazione di Mani, resta una città sostanzialmente povera - pur con stridenti contraddizioni - per adulti e bambini.
A questo è necessario dare risposte. A questo devono pensare gli amministratori pubblici.
L’elegante Floris ci pare invece troppo impegnato con il suo parrucchiere e con il Cagliari Calcio per occuparsi di questo.
p.s.: sarebbe il caso che Asuni (CGIL), Vargiu (CISL) e Calledda (UIL) trovassero altri argomenti per snobbare Renato Soru. Quello dell’attesa dei programmi è trito e ritrito, e anche la Befana sa che le preferenze di CGIL CISL e UIL prescindono, a volte, dai programmi che, tra l’altro, ormai sono molto simili a destra e a sinistra.

15 Febbraio 2008

Drammi italici di fine 2003: super euro e Parmalat

Archiviato in: economia, società — admin @ 21:12

Terra, 30 dicembre 2003

Super Euro

Con sgomento, una notizia attraversa l’Italia: un euro vale molto più di un dollaro. Esattamente 1 punto 25 centesimi di dollaro.
Con lo stesso, identico sgomento, appena qualche mese fa, guardavamo al super dollaro e alla lira che rotolava verso un pauroso deprezzamento.
Però questi analisti di economia, questi commentatori che tentano di orientare l’opinione pubblica dovrebbero chiarirsi le idee, una buona volta. E chiarirle anche a noi.
Quando la lira era debole mettevano in evidenza l’aumento del prezzo delle importazioni (leggi petrolio) e l’obbligo - come risposta economica - di tenere alti i tassi per controllare l’inflazione.
Adesso, invece, ci dicono che le esportazioni, con il super euro, sono crollate e che tutta la struttura industriale del paese ne risentirà.
Ma, considerato che entrambe le situazioni possono essere lette anche al contrario, e cioè come opportunità di crescita economica e di miglioramento, ho la sensazione che il motivo di tutto questo pessimismo sia comunicare il seguente messaggio: cari lavoratori, vi attende un periodo di sacrifici e rinunce, i contratti non potranno essere rinnovati alle condizioni pattuite, le spese dello Stato dovranno essere ulteriormente ridotte e le privatizzazioni aumentate. Eccetera.
Insomma, alla fin fine, la distribuzione di benefici e oneri che derivano dal super euro (o dal super dollaro) è un aspetto della più generale redistribuzione della ricchezza prodotta; è un momento di ciò che continuo a chiamare “lotta di classe”, anche se più che una lotta sembra il tentativo di lavare il cervello delle masse, convincendole che l’economia, oltre ad essere materia ostica per dei semplici lavoratori, è anche scienza esatta e immutabile.

Parmalat

Il vero dramma è però il crac finanziario di Parmalat, perchè ha bruciato i risparmi di tantissima gente e perchè costringerà a pesanti sacrifici, ancora una volta, le migliaia di lavoratori coinvolti e alla lunga anche tutti gli altri onesti lavoratori italiani.
Sì, onesti. A differenza di tutti i disonesti che la vicenda Parmalat sta mettendo in luce e di tutti quelli che anche la legge finanziaria 2004 protegge e “condona”.
E mentre all’estero ci considerano come un paese al limite dell’insolvenza a causa del debito pubblico, della mancanza di regole certe a garanzia del risparmio e delle imprese, della nuova tendenza a modificare quelle esistenti ad uso e consumo dei soliti furbi, noi continuiamo a considerarci una grande nazione e ci apprestiamo a digerire come normale tutto il marciume di questi ultimi anni.
Il capitalismo, che è un sistema economico non certo perfetto, qui in Italia è aggravato da usi e costumi deleteri, da imprenditori cresciuti dal e nel malaffare, dalla commistione tra impresa e multinazionale del crimine (mafia, ‘ndrangheta e camorra).
La politica, che dovrebbe correre ai ripari e tamponare le falle, quando non latita interviene non a correggere gli errori ma a confermare questi usi. Un sondaggio commissionato dal sito “LaVoce.info” mostra come il 60% degli italiani si aspettasse il condono fiscale anche per i redditi 2002, il che significa che l’effetto a catena è garantito.
In questo sistema capitalistico così sregolato e in cui la politica è connivente, rischia di venire a mancare la fiducia verso qualsiasi soggetto, comprese quelle società pubbliche - le poche rimaste - che sembrano produrre utili e sembrano trasparenti. Sembrano, appunto. Ieri avrei detto “producono” e “sono”.

Non sono il solo

Ma voglio concludere queste brevi e perfettibili considerazioni con una nota di speranza (vagamente vanesia, lo ammetto) che, però, con gli argomenti esposti non c’entra tantissimo.
Nelle nostre (di cagliarimonamour) elucubrazioni serali, in questi deliri ideologici cui spesso ci lasciamo andare, ci piace disegnare l’Italia che vorremmo. Ma non voglio elencarvi, per il momento almeno, tutte le nostre illusioni.
Mi basta dire che nel nostro progetto, alla voce “pensioni”, prevediamo che lo Stato dia a tutti i cittadini, e fino al 40° anno d’età, una degnissima pensione (viaggi, studio, famiglia, società). E che poi si lavori dai 41 fino ai 70 anni (ovviamente con i tempi e i ritmi che le nuove tecnologie consentono).
Ebbene, durante una trasmissione televisiva dedicata al rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero, un professore di sociologia dell’Università di Milano ha prospettato la stessa, identica idea. Per di più, molto seriamente, avanzava l’ipotesi di una proposta di legge in questo senso.
Allora non sono il solo a pensarla così. Non siamo i soli.
Dunque, la nostra idea di società più giusta, più solidale, più aperta, più internazionale potrebbe non essere così lontana dal cuore della gente.
Certo, questa coincidenza di pensieri può voler dire che sono aumentati i matti in circolazione. Ma se i matti diventanassero maggioranza?

REGOLE (secondo i padroni)

Archiviato in: politica, economia, movimenti — admin @ 20:59

Terra, 05 dicembre 2003

Gran bella invenzione le regole. E grande campo di battaglia intorno ad esse e al significato del loro rispetto o, viceversa, della loro infrazione. In questo campo di battaglia ci pare di scorgere, a volte, elementi di quella vecchia lotta di classe che tutti credevamo morta e sepolta da una coltre di interclassismo.

E’ il caso, forse, della discussione intorno al diritto di sciopero, alla sua ulteriore regolamentazione e all’incremento delle sanzioni per chi vìola la normativa sul preavviso, durata e la fornitura dei servizi minimi essenziali.

Epifani, che rappresenta un sindacato che si è speso ed esposto per la regolamentazione del diritto di sciopero nei pubblici servizi, dice che oggi il problema è quello di decomprimerlo dai lacci e lacciuoli che lo stanno soffocando.

Maroni, che rappresenta un governo assai legato a un certo padronato nazionale, dietro la cortina fumogena dell’ideologia del buon cittadino (e su questo termine cresce la confusione), si dice pronto a modificare (in peggio per i lavoratori) le regole sullo sciopero nei servizi essenziali.

Chi avrà ragione? Mah.

Diciamo che da vent’anni a questa parte, essendo mutata - per vari motivi - la forza dei classici contendenti del regime capitalistico (capitale/lavoro), il capitale è riuscito a imporre trasformazioni a suo favore nei rapporti che lo legano al lavoro.

Queste trasformazioni significano sempre un maggiore controllo sociale, un maggiore potere nei posti di lavoro e, soprattutto, migliori condizioni di “sfruttamento” della merce lavoro. La regolamentazione del diritto di sciopero, anche se non riguarda strettamente le fabbriche, è specchio del rapporto padroni/operai nonchè strumento per modificare ulteriormente i rapporti delle forze in campo (e quindi si ritorce anche contro i “produttori di ricchezza”: gli operai).

Uè ragazzi, però le regole sono regole e vanno rispettate. Si vabbè, in alcuni casi lor signori se le cambiano, le modellano a loro uso e consumo…però intanto le rispettano. Tutte…tranne…

Tranne quelle del patto di stabilità europeo. No, quelle no. Lor signori ci spiegano che le regole vanno sapute interpretare con quell’ intelligenza flessibile che, sola, deve guidare i governanti!

“I parametri di Maastricht, e in primo luogo il rapporto deficit/pil, possono andare a farsi friggere, e con essi l’Europa…” Non dicono, ma pensano e fanno.

Però vogliono avere metropolitane, aerei e treni sempre a disposizione, con pochi scioperi, ben ordinati, ben programmati e preavvertiti.

Cazzo, ragazzi. E’ proprio vero che questi padroni - e i loro scagnozzi - se la cantano, se la suonano e se la ballano pure.

21 Dicembre 2007

La frutta e la verdura fanno bene alla salute…di chi le vende

Archiviato in: politica, economia, società — admin @ 19:55

Terra, 25 luglio 2003

La dieta mediterranea, ricca di cereali, ortaggi, verdure e frutta di stagione, è consigliata da tutti i più grandi centri medici di ricerca e di prevenzione. Non passa giorno in cui gli esperti del Ministero della Salute non raccomandino l’assiduo consumo di frutta e verdura per prevenire o attenuare il rischio di malattie cardiovascolari e diversi tipi di tumore.

Riuscire a diminuire l’incidenza di queste malattie significa

  • garantire a un pi? ampio numero di persone una migliore qualit? di vita;
  • ridurre drasticamente la spesa medico-farmaceutica del Paese (basta pensare ai costi di ospedalizzazione e a quelli sociali).Ma sembra che pi? si decantano le virt? dei cibi tipici della nostra tradizione e pi? crescono i loro prezzi finali. E gli aumenti segnalati in questi giorni stanno inducendo a una riduzione dei consumi di frutta e verdura, con tutto ci? che potrebbe comportare anche in materia sanitaria.Allora ci chiediamo: se il mangiare sano pu? ridurre la spesa medica perch? non se ne incentiva il consumo controllando i prezzi di ortaggi, frutta e verdure alla fonte? E perch? non si d? un messaggio forte e chiaro anche sulla contaminazione da OGM dei cibi, seguendo l’esempio della regione Piemonte e guidando l’Europa verso norme severe e poco tolleranti verso pericolosi accostamenti?

    I risparmi economici e sociali cos? conseguiti in Italia potrebbero essere usati per sostenere il reddito dei produttori eventualmente svantaggiati dalle politiche di “controllo artificioso dei prezzi”. Tenendo bassi i prezzi alla produzione di frutta e verdure e monitorando costantemente i successivi passaggi della merce, si dovrebbero evitare le speculazioni e gli aumenti ingiustificati di prezzo.

    Altrettanto importante, come pi? sopra accennato, la tutela della qualit? e delle produzioni biologiche, rimarcata dalla stessa nuova Politica Agricola Comunitaria, ma che contrasta con le attuali posizioni possibiliste dell’Europa a proposito di OGM.

    In conclusione, riteniamo che coordinare i saperi e le competenze dei vari ministeri - in questo caso Agricoltura e Sanit? - possa significare l’avvio di una concreta programmazione degli interventi e delle politiche del Paese.

  • http://www.rfb.it/comuni.liberi.ogm/
  • 1 Settembre 2007

    Un euro, mille lire

    Archiviato in: politica, economia — admin @ 18:16

    Terra, 2 febbraio 2003

     

    In Italia ci sono più di tre milioni di persone povere, assolutamente povere. Vivono senza quei beni essenziali in grado di garantirgli un’esistenza dignitosa. Ci sono poi altri due milioni di italiani il cui reddito è ben al di sotto della media nazionale e si trovano periodicamente in condizioni di povertà relativa.

    Una famiglia ogni cinque possiede un patrimonio (si fa per dire) di meno di 10.000 euro, mentre a livello di reddito pro capite i cittadini del meridione d’Italia dispongono di 5.000 euro in meno dei loro connazionali “padani”.

    A fronte di questa povertà, assoluta e relativa, il 10 per cento delle famiglie più facoltose dispone della metà della ricchezza netta complessiva del paese.

    Non ci sono numeri più adatti per dimostrare che la crescita economica non è automaticamente crescita per tutti e che, anzi, molte volte, a causa di politiche distributive errate, contribuisce ad acuire le disuguaglianze.

    Lo dicono il CIES e l’EURISPES ma lo sapevamo anche noi, istintivamente e grazie alla concretezza della nostra vita quotidiana, con i problemi legati alla casa, al supermarket, alle bollette varie. Stiamo diventando più poveri: guadagnamo relativamente di meno rispetto alla crescita dei prezzi (crescita che non si fermerà fino a quando non verrà stabilita la nuova parità 1 euro = 1.000 lire, cioè con un euro compreremo merce che vale le vecchie mille lire) e abbiamo di meno come welfare (sanità, pensioni, istruzione, giustizia…).

    Questi problemi sono come macigni e andrebbero affrontati con tutto il rigore e la capacità di cui potremmo essere in grado.

    Eppure in Italia abbiamo altre emergenze. Il peggio deve ancora venire, se il progetto della destra governante andrà avanti: una società con meno tasse per i ricchi e, quindi, con sempre meno servizi pubblici universali e gratuiti; una società con più devolution e meno diritti per i lavoratori, precari o stabili che siano; una società che esclude i diversi e gli stranieri e in cui la politica rappresenta sempre meno cittadini e nonostante ciò si appresta a “dominarli” con il presidenzialismo e con un sistema sempre più maggioritario e repressivo.

    Una società in cui chi dissente rema contro il governo ed il paese, e va demonizzato, e in cui ai magistrati deve essere tolta l’arma “micidiale” in loro possesso: l’interpretazione delle leggi. Quell’interpretazione che fa giurisprudenza e che tanto spaventa il potere legislativo, che oggi è il potere del signore, perchè mette in luce le sue incapacità e le contraddizioni.

    Una società in cui i comunisti italiani siano banditi perchè quelli russi erano cattivi, e dove siano bandite le loro idee pericolose di uguaglianza e di eliminazione dello sfruttamento capitalista.

    Una società, infine, in cui il comportamento dei singoli sia dettato dalle maggioranze politiche e dai fondamentalismi ideologici: aborto ridimensionato, niente adozioni per single, nessun riconoscimento delle coppie di fatto nè tantomeno gay, anzi caccia agli omosessuali e via dicendo. E dove i libri di storia vengono scelti dal potere politico, così come gli insegnanti, i ricercatori, i pubblici ministeri.

    Un virus circola per l’Italia. E questo virus ha pesantemente infettato il nostro Berlusconi, non più in grado di distinguere ormai nazismo da comunismo, Olocausto da gulag, bene collettivo da bene suo personale. Non più in grado di pronunciare la parola “fascismo”, perchè intimorito dal doverci fare i conti.

    Sì, fare i conti con il fascismo è ancora il suo problema, ma ho paura che sia un problema che dovremo affrontare anche noi, tra poco, di nuovo.

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