CagliariMonAmour chi si ribella gode

24 Aprile 2007

Editoriali della domenica

Archiviato in: politica — admin @ 19:14

Terra, 12 agosto 2002

Alberto Testa e Roberto Casu hanno firmato gli editoriali dell’ Unione Sarda delle ultime due domeniche (4 e 11 agosto).
Nonostante la diversità degli argomenti trattati, è forte l’impressione che entrambi gli articoli abbiano le caratteristiche del clima vacanziero: svogliati, accaldati, un po’ semplicistici ma al contempo supponenti.
Non sono neanche sicura se valga la pena scriverci sù qualcosa, ma assalita dallo stesso clima vacanziero (e dal maestrale di Sardegna) e spero senza gli eccessi di cui sopra, vado avanti.
Alberto Testa, per spiegare la dura battaglia in Senato per l’approvazione della legge sul “legittimo sospetto”, non trova niente di meglio che ricorrere al solito ritornello di un centrosinistra ancora arrabbiato per la sconfitta elettorale e alla disperata ricerca di altre strade per la rivincita e per l’affossamento di Berlusconi.
Afferma, il Testa, a sostegno della necessità della legge e a sostegno del suo legittimo utilizzo da parte del Presidente del Consiglio, che il clima del palazzo di giustizia di Milano non è molto sereno. A dimostrazione, elenca una serie di “argomenti” che però con la serenità del collegio giudicante non c’entrano niente. Infatti:


a) il “resistere” di Borrelli è un’esortazione alla difesa da chi attacca la Magistratura (e Berlusconi, da questo punto di vista, ha l’anima in pace); in ogni caso Borrelli non deve giudicare nessuno e per di più è in pensione;
b) non mi risulta che qualche “toga” abbia mai esternato contro Berlusconi;
c) gli scontri accesissimi tra accusa e difesa (al processo Berlusconi Previti) sono il sale di ogni processo e non riguardano pertanto la serenità dei giudici.
Il Testa - mai assalito da dubbi sulla correttezza del Cavaliere - non si scandalizza, come dicevo, per il tentativo di fuga di Berlusconi e Previti (dalle presunte, gravi accuse di corruzione), così come non si scandalizzò per la fuga di Prodi e Burlando (dal presunto abuso d’ufficio). Che raro esempio di imparzialità.
Poi, nello sforzo di apparire equilibrato, l’editorialista trova il modo di apprezzare “l’unica testa pensante del centrosinistra”, D’Alema. Detto da lui in un contesto simile, l’affermazione pare un po’ ridicola, oltrechè gratuitamente offensiva. Ma siamo in estate.
Roberto Casu, invece, affronta il tema dei fari spenti sulla “Carlo Felice”, l’arteria stradale della Sardegna. Egli si dice sconvolto dalla notizia che la Polizia non la individui come “strada extraurbana principale” e che quindi non vi sia l’obbligo di percorrerla a fari accesi.
Che orrore! Che sfacelo! Che delitto!
E giù una serie di trovate (anche simpatiche e spiritose, lo ammetto) per commentare questo fatto.
Dal tono complessivo dell’editoriale, parrebbe che per Casu sia più importante l’apparenza (il riconoscimento formale della “principalità”) che la sostanza (la strada in sè, e che non cambia, purtroppo, sia che la si chiami autostrada o camionabile).
Se l’obiettivo di Casu era quello di denunciare per l’ennesima volta le carenze e la pericolosità della ‘Carlo Felice’, allora ci riesce solo a metà e avrebbe fatto meglio a trovare un approccio migliore all’argomento. Magari additando, come concausa dei numerosi incidenti, il privilegio riservato al trasporto merci su gomma e il depotenziamento della rete ferroviaria.
Se invece, come appare chiaro, la tesi è che i politici sardi non sono nè coesi nè autonomi perchè, a differenza dei siciliani, ci mancano autostrade e ponti, allora si potrebbe anche concordare. Se non fosse che:
a) alle spalle di autostrade e ponti, a volte, non c’è solo maggiore coesione tra i politici, ma anche criminalità organizzata, in chi dà e in chi riceve;
b) le autostrade non risolvono i problemi legati alla sicurezza (le stragi di questo periodo avvengono soprattutto in autostrada);
c) il ponte, e in genere le grandi opere, procurano danni (all’ambiente, all’agricoltura, alla stessa occupazione) che a lungo andare sono irreversibili.
C’è, invece, nei nostri politici, un problema di capacità e adeguatezza, piuttosto che di coesione.
E mi sembra che la tendenza del momento sia quella di avere ai posti di comando persone (e famiglie) ricche più che colte, potenti più che capaci, interessate più che interessanti, attanagliate fra loro più che autonome e autonomistiche. E non saranno i fari accesi sulla Carlo Felice a cambiare tutto ciò.
I due articoli citati (ma forse tutta la linea editoriale attuale dell’Unione sarda, con la sua tiratura, la sua possibilità di co-formare la pubblica opinione, i suoi legami economici) possono essere considerati, al proposito, come specchio della attuale classe politica dirigente regionale. Nel senso che anche il quotidiano cagliaritano sembra governato da persone in “ferie continue”, senza grande voglia di approfondire lo studio dei problemi e con uno spiccato “senso di appartenenza” alla classe dominante. Nulla di male, intendiamoci; però servirebbe maggiore chiarezza e più onestà intellettuale: siamo di parte e ce ne vantiamo.
Sarà colpa del ricambio generazionale?
Saranno mie esagerazioni, tipiche delle donne non isolane?
E vabbè…ho scherzato.

Oro, argento e bronzo

Archiviato in: ambiente, poetto — admin @ 19:06

Terra, 4 agosto 2002Influenzato dalla scorpacciata di medaglie, durante i campionati europei di nuoto, continuo a vedermi davanti i colori dei materiali di cui son fatte e la mia poco fervida fantasia azzarda delle similitudini.
L’oro è la forza, l’argento è la saggezza e il bronzo è la faccia del geologo Orrù (quello del riempimento del Poetto) che dice (intervistato dalla RAI): purtroppo non basta schioccare le dita per far sbiancare la sabbia del Poetto.
C’è da apprezzarlo, questo novello Berlusconi (ricordate la bacchetta magica del premier?), perchè dalla sicumera di qualche mese fa è passato a più miti consigli e, pur non ancora sfiorato dal seme del dubbio (che dovrebbe invece accompagnare sempre il lavoro degli scienziati), qualche tentennamento comincia a mostrarlo.
Certo solo uno con una bella faccia di bronzo poteva andare in TV con una conchigliona e dire che essa, al momento del ripascimento, era nera e adesso è già grigiochiara. Cosa avrà voluto dire, che la draga pescava di tutto tranne che sabbia, o che il Poetto è ancora nerastro perchè non ci sono conchiglie?
In attesa di una risposta, vi consiglio l’intervento di Teresa Crespellani Allegretti, docente di geotecnica all’Università di Firenze, comparso sul n. 28 di Carta settimanale.

14 Aprile 2007

Referendum e scioperi generali

Archiviato in: sindacato — admin @ 18:36

Terra, 5 luglio 2002
Il dado è tratto. CISL e UIL hanno deciso di aderire al progetto berlusconiano che prevede che i lavoratori siano assolutamente sottomessi al capitale. I lavoratori e la loro dignità. Il centrodestra canta vittoria: sono state create le basi per un futuro di lavoratori precari e ricattabili, lavoratori di serie B che potranno essere licenziati senza alcuna causa legittima e senza la possibilità di chiedere a un giudice il reintegro.

La nostra generazione, che per il momento è tutelata, sarà sostituita inevitabilmente da un’altra che sarà costretta a tenere la testa china oppure a iniziare un conflitto senza sosta, con danni notevoli per tutti.

Già da tempo CISL e UIL hanno iniziato la stagione degli accordi separati e anche questa volta, nonostante lo sciopero generale unitario, aleggiava una voglia di firme disgiunte. E già da tempo CISL e UIL hanno paura di affrontare assemblee e votazioni per le RSU. Pare che preferiscano il riconoscimento che piove dall’alto.

Mia nonna ripeteva sempre “meglio poveri e onesti”. La CGIL ha avuto l’onestà di rispettare la piattaforma e il volere di milioni di lavoratori, facendo una scelta prettamente sindacale, mentre sono state le altre sigle ad avere un atteggiamento politico. Politica di appoggio al centrodestra, senza alcuna contropartita seria.

Ma ci può essere contropartita per un diritto negato?

Adesso sono necessari referendum e scioperi diffusi fino al prossimo, generale. Questa è stata la risposta della CGIL.
Staremo a vedere.

Poetto: campo di aliga (aliga=rusco)

Archiviato in: ambiente, poetto — admin @ 17:55

Terra, 7 luglio 2002Anche stamane ho effettuato la mia solita passeggiata salutare (dallo stadio Amsicora al Lido del carabiniere e ritorno) con la scusa di vedere le condizioni del Poetto.

Pessime.

Sorvolo sulla ghiaia lungo tutta la battigia, e sulla sensazione, fortissima, di essere arrivato su una spiaggia privata: in poche centinaia di metri ( da Marina piccola alla quinta fermata) si accalcano quattro stabilimenti balneari, quattro postazioni di cooperative e non so quanti baretti con annesse piattaforme sempre più vaste, con sedie, tavolini, fioriere e maxi schermi.

Quando arrivo alla ormai poca spiaggia libera, l’impatto è scioccante. E non parlo dei massi che hanno trasformato il poetto in un paesaggio lunare, ma dell’immondezza (aliga o rusco che dir si voglia) sparsa sull’arenile come un tappeto oleoso e maleodorante. Ed è solo domenica mattina; chissà come sarà stasera. Bottiglie di birra e coca cola, cartacce di gelati, pacchetti vuoti di sigarette, cicche e chewing-gum, resti di panini, fogli di giornale, bucce di frutta, lattine di succhi e aranciate, cartoni di latte e di succo d’ananas, una penna, un barattolino di pelati, buste di plastica con annesso preservativo e fazzolettini, scatole di medicinali scaduti, biglietti del CTM (pochi a dire il vero), buccia di melone, cacca di cane (ritengo).

Ma tutto ciò è niente in confronto a quello che ho visto alla sesta fermata, nel luogo, presumo, in cui il maxischermo diffondeva le immagini del festival bar. L’arenile era sostituito da uno strato persistente di aliga, con montagnette in prossimità dei cesti per i rifiuti, rovesciati.

Qualche mese fa è successo un casino per la sporcizia lasciata dai ragazzi dopo un concerto al Parco di Monte Claro, immediatamente ripulito. Oggi mi aspetto la rivoluzione per le condizioni dell’arenile in quel punto. Chissà.

Mi rendo conto che l’idea di spiaggia (e di estate) che hanno i nostri amministratori non combacia esattamente con la mia. Floris, Attila Balletto e i gestori dei bar del lungomare (contentissimi di vendere) vorrebbero che fosse una specie di parco giochi perenne, in grado di spennare turisti (pochi) e cagliaritani. Del resto, se non fosse questo il loro concetto di “Poetto”, lo avrebbero inserito nell’area del Parco di Molentargius.

Ma se proprio vogliono continuare così, se proprio vogliono trasformarlo in una prateria su cui organizzare concerti e raduni, si attrezzassero almeno per fornire adeguati servizi di pulizia giornaliera, in uno dei più importanti siti pesaggistico-naturalistici della nostra città. Altrimenti, se non ci riescono, che finiscano di venderlo. Nel cielo stanno svolazzando tanti avvoltoi pronti a piombarci sopra.

Attila Balletto afferma che l’afflusso di bagnanti è cresciuto del 28% rispetto all’anno scorso. Mi chiedo come abbia fatto: li avrà contati personalmente? Avrà contato il numero di auto e fatto una proporzione? Oppure ha chiesto ai suoi amici del Lido e del D’Aquila quanti biglietti hanno staccato in più, grazie alla maggiore ampiezza (gratis per loro) della spiaggia?

Dall’aliga presente non posso che confermare l’aumento del numero degli incivili, gli unici forse ad essere contenti di avere una spiaggia larga color asfalto, grossa, pietrosa e ghiaiosa, con il mare più torbido e profondo di prima. Gli altri, la maggioranza, non penso che siano entusiasti di un simile muntronaxu (= campo di aliga).

Ma cosa ci possiamo aspettare di più e di meglio dalla città il cui sindaco è preoccupato che la realizzazione della pista ciclabile al Poetto toglierà i “parcheggi dunali” sulla sabbia?

Ma davvero qualcuno, con un sindaco così, era convinto che il “park & bus” di Sant’Elia decollasse?

p.s: (nota aggiunta il 7/7 alle ore 22,00) questo pomeriggio ho fatto il bagno al Poetto, quarta fermata. Un disastro. L’acqua è ancora più torbida di stamane, le pietre in riva e nel primo metro verso il mare richiederebbero un bel paio di scarponi; inoltre è subito alta, rispetto a prima, e mia figlia non ha fatto il bagno.

11 Aprile 2007

Segnali di fumo

Archiviato in: politica — admin @ 21:49

Terra, 29 giugno 2002

Saremo pure ripetitivi ma la situazione non promette niente di buono. La Terra si sta trasformando velocemente nell’Impero Unico U.S.A., con le ricche province europee a fare da codazzo, come accade puntualmente all’ONU, al WTO o nel G8.
E’ un processo iniziato subito dopo la seconda guerra mondiale e proseguito, accelerando, dopo il crollo dell’URSS.
Questo impero, economicamente strutturato sul dogma del capitalismo, sta producendo guasti enormi alle ricchezze del pianeta e ai suoi abitanti.
Lo stretto legame tra capitalismo e disuguaglianze in ogni singolo stato, si ripropone anche su scala mondiale, con le moltitudini dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, sempre più strette nella morsa del FMI e della Banca Mondiale, aggravata dal saccheggio e dalla distruzione dell’equilibrio ambientale.
Quello che sta capitando in Argentina (e che tra poco potrebbe capitare al Brasile) è emblematico: le ricette liberiste hanno affamato una nazione che poteva - e può ancora - sfamare l’intero continente americano.
No. La situazione non promette nulla di buono. Perchè l’Impero Unico ha deciso di usare, o far usare, la repressione violenta delle proteste di piazza. E con la scusa della “guerra al terrorismo” si cominciano ad intaccare diritti civili costituzionalmente garantiti e si addita al pubblico ludibrio chi la pensa diversamente (Bush ha definito “ridicola” una sentenza che dichiarava anticostituzionale il “giuramento alla bandiera” imposto ai bambini delle elementari).
E in Italia?
Ugo Intini chiede retoricamente se esista un altro paese democratico dove al governo ci sono un ex fascista, un ex separatista e l’uomo più potente e più ricco d’Italia che controllano tv pubbliche e private.
Questa congrega di governanti (e toglieremmo gli “ex” attribuiti da Intini) sta già facendo vedere come si interpreta il verbo dell’Impero Unico: privatizzare la sanità, la previdenza, la scuola pubblica, i beni archeologici e culturali, persino l’assistenza ai tossicodipendenti (per i più “pericolosi” dei quali si propone il ricovero coatto da Muccioli).
Togliere ai poveri (lo stato sociale) per dare ai ricchi (i regali delle privatizzazioni). Ma queste ricette - fallite quasi dappertutto - non solo non miglioreranno le condizioni della classe lavoratrice (perchè i fondi pensione privati dovrebbero essere migliori della previdenza pubblica?), ma preparano - se attuate - il tracollo della nostra economia.
E chi si ribella al progetto è amico dei brigatisti (o tutt’al più ne è involontariamente l’ispiratore). Il nostro timore è che si stiano preparando le condizioni per un’involuzione autoritario-paternalistica.
E in Sardegna?
Da noi i problemi sono ancora più gravi perchè legati a una terra isolata, depauperata e con una classe dirigente inetta e abbuffina. Lo spopolamento delle campagne, con l’agricoltura in ginocchio, pone nuovi problemi di flussi migratori verso il Continente e verso le aree metropolitane dell’isola.
E’ proprio in queste che si gioca la partita dello sviluppo; e la si gioca reinventando il ruolo e il coinvolgimento dei cittadini alla gestione della “res publica”; creando un tessuto di “corrispondenze” tra immigrati e indigeni (pensiamo a nuove politiche di valorizzazione delle diversità e a nuove strutture di accoglienza); garantendo l’integrità del paesaggio storico-ambientale e il rispetto del patrimonio culturale; orientando l’intervento verso il degrado urbanistico e ambientale delle città e dell’hinterland e verso una diversa mobilità integrata; occupandosi di alloggi per poveri ed emarginati, di infrastrutture.
Il sindacato, i movimenti e i partiti politici devono puntare sulle aree metropolitane perchè lì passa lo sviluppo dell’intera isola, della sua agricoltura e della sua industria.
Ma a nostro avviso non basta occuparsi solo di porto canale, zona franca e distretti industriali. Ci vogliono battaglie sui diritti civili e di cittadinanza.
Crediamo che lo sciopero generale della Sardegna (al quale abbiamo partecipato convinti) abbia voluto dire anche questo.

Eppur si muove

Archiviato in: ambiente, poetto — admin @ 21:42

Terra 22 giugno 2002
Per i fini istituzionali di questo sito, la presa di posizione di CGIL CISL e UIL territoriali sulla chiusura al traffico privato del Poetto, non può che essere una buona notizia.
Ripensare la viabilità e la mobilità quantomeno del litorale cagliaritano e quartese, è un imperativo al quale la nostra amministrazione non può sottrarsi.
Circolare al Poetto, soprattutto nei fine settimana, è un’impresa ardua. Chi ne fa le spese, oltre i residenti, sono gli utenti dei mezzi pubblici, i pedoni e i ciclisti.
Le corsie preferenziali degli autobus sono costantemente invase dai furbi, pedoni e ciclisti sono costretti a pericolose gimkane e a respirare gas tossici (a proposito dei quali vorrei segnalare il mancato aggiornamento del sito comunale per la rilevazione dei livelli di inquinamento. I dati sono fermi al mese di febbraio e non c’è dato sapere cosa stiamo respirando adesso).
Il Poetto è un sistema delicato, integrato all’area degli stagni e delle saline; pensarlo ed usarlo come una spiaggia qualunque della Romagna è a mio parere sbagliato. A meno che non si voglia rinunciare alla sua peculiarità.
E’ necessario allora limitare la pressione automobilistica, ricostituire il cordone dunale, eliminare le strutture in cemento che occupano l’arenile (gli stabilimenti balneari).
Ma gli interessi e gli egoismi contrari sono molteplici e forti. Non penso che la giunta Floris sia così forte e determinata al punto di fregarsene di alcuni suoi grandi elettori.
E ora che si profilano, inaspettate, nuove elezioni provinciali in cui la giunta Balletto rischia parecchio per il danno causato alla spiaggia, il quadro si complica e i nemici di ieri (Floris e Balletto) potrebbero ricompattarsi e sacrificare i progetti avanzati sul traffico, pur di tentare la rielezione del secondo.
Niente di più deleterio per il nostro litorale.
Insomma, pur se la maturità ambientale dei cittadini cresce, all’orizzonte non vedo nulla di buono a proposito di traffico.
Non solo non verrà chiusa la vecchia litoranea cagliaritana, ma penso che anche il cosiddetto pistino quartese verrà piano piano reingoiato dalle auto.
Con buona pace dei consiglieri regionali dell’opposizione e della Sovrintendenza ai beni archeologici, paesaggio e territorio, che usano svegliarsi tardi (come sulla questione ripascimento).

4 Aprile 2007

Liberta’ e coscienze

Archiviato in: politica — admin @ 20:43

Terra.16 giugno 2002
Sentire che al momento di un voto parlamentare i partiti lasciano libertà di coscienza ai deputati, mi lascia sempre perplessa, come se il Parlamento fosse di solito popolato da imbecilli che votano dietro ordini altrui, incoscientemente. ( A dire il vero, da un po’ di tempo a questa parte, mi pare che si ragioni in un ottica di schieramento preconcetto, anticomunista da una parte e antiberlusconiano dall’altra, senza badare troppo ai contenuti)
Questa mia perplessità si è rinnovata per la prima approvazione della legge sulla fecondazione assistita.
Tra un “no” alla eterologa, un “sì” ai diritti dell’embrione e altre amenità del genere, la libera coscienza dei nostri rappresentanti ha deciso di ingabbiare la coscienza (ben più responsabile poichè direttamente coinvolta) delle donne. A loro libertà di coscienza, e a noi l’obbligo di rispettarne la volontà.
Quando si tratta di maternità o questioni affini, i signori maschi dovrebbero avere il buon gusto di ritirarsi in punta di piedi, garantendo semmai il massimo sostegno (terapeutico, scientifico, legislativo) alla massima libertà delle donne.
Sulle quali ricade e sempre ricadrà (nonostante la legge) la responsabilità della scelta.
Così è per l’aborto, così è per la fecondazione assistita.


Da qualche giorno non vedo più le donne “rom” del largo Carlo Felice. Le incontro di solito di fronte al “City” bar, con la prole al seguito.
A dire il vero non ne ho più visto neanche in giro per la città.
Comincio a preoccuparmi.
Che centri per caso la vicenda delle sei bambine allontanate dalla loro famiglia?
Che sia iniziato il piano comunale di allontanamento coatto degli zingari? Mah.
Non riesco a capire la paura di molta gente nei confronti degli zingari. E’ come se avessimo il timore di renderci conto che il loro modo di vivere sia altrettanto degno del nostro, come se temessimo di scoprire che la loro scelta di vita e la loro cultura fossero in fondo altrettanto degni di rispetto.
Abbiamo forse paura degli specchi?
Tornando alla storia delle bambine, la giudice Pilo, del Tribunale dei minori, ha stabilito che la mamma può stare con loro, nell’istituto in cui ora vivono. Il padre potrà andare a visitare le figlie, ma a differenza della madre non potrà alloggiare nell’istituto.
E’ un passo avanti, ma ancora non basta. Per tutti gli altri zingari del campo sulla 554.

Ultime dal Poetto

Archiviato in: ambiente, poetto — admin @ 20:40

Terra, 8 giugno 2002 Innanzitutto un saluto agli affezionati amici che ci seguono da Parigi. A loro che sono amanti della nostra spiaggia dedichiamo queste ultimissime, ma non proprio nuove, dal Poetto. La spiaggia è sempre grigia (anche se meno scura di qualche mese fa), grossa e ghiaiosa. Un nostro visitatore, al proposito, ci informa che la Amministrazione provinciale continua a dire di aver messo la sabbia giusta perchè convinta che quella del Poetto fosse tutta ghiaiosa e sassosa come la battigia della prima fermata (leggere l’intervento sul forum). Zirone auspica un incremento delle vendite di occhiali. Appena entrati in acqua si notano due fenomeni prima inesistenti: ·  acqua sensibilmente più alta e torbida (”Franco, non mi vedo neanche la chicca”, pare abbia urlato un bagnante); ·  presenza di pietre di notevoli dimensioni. Le associazioni ambientaliste più combattive del territorio (Gruppo di intervento giuridico e Amici della Terra) hanno già da tempo presentato un esposto alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti richiedendo accertamenti in merito alle modalità di ripascimento. Nel frattempo quasi tutti gli stabilimenti balneari hanno pensato bene di recintare la “loro” accresciuta spiaggia che porterà a un bell’aumento dei “loro” profitti (ma si può sapere quanto pagano per la concessione?). Per concludere, un avvertimento alle mamme: quest’anno, al Poetto, molto occhio ai bambini che giocano in riva.
p.s.:
11/6/2002 Alcuni consiglieri regionali dei DS (Piersandro Scano, Ivana Dettori, Giampiero Pinna, Nazareno Pacifico) hanno firmato una mozione per chiedere che il Consiglio regionale discuta del caso Poetto, denuncindo come a tre mesi di distanza sia sempre più evidente il danno ambientale arrecato alla spiaggia.

Deo gratias.

Marx, il plusvalore e l’isola felice

Archiviato in: politica — admin @ 20:36

Nelle nostre società occidentali, colte e opulente, ci siamo abituati - per lavarci la coscienza e per postulare la fine della necessità del socialismo o della lotta alla disuguaglianza - a considerare lo sfruttamento come una caratteristica del passato, quando si lavorava dodici e più ore al giorno (donne e bambini compresi) o tutt’al più come una particolarità dei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni di lavoro sono pessime e dove si lavora ancora per parecchie ore quotidiane.
Certo, quelle appena ricordate sono situazioni di grande e drammatico sfruttamento, ma sono necessarie alcune considerazioni.
Innanzitutto l’assenza di tali condizioni non elimina assolutamente lo sfruttamento, il quale non è il risultato dell’azione del padrone cattivo che fa sudare come cavalli i lavoratori, ma il meccanismo, caratteristico del capitalismo, con il quale una parte della giornata lavorativa sociale viene incamerata dal padrone: come da una miniera si estrae il minerale, dall’operaio si estrae il pluslavoro (l’altra faccia del plusvalore).
La lotta di classe altro non è che la lotta per accaparrarsi, da una parte e dall’altra, quote maggiori di plusvalore. E la storia è un’altalena continua di fasi in cui il movimento dei lavoratori riesce a spuntare condizioni migliori e di fasi in cui, invece, prevale l’ideologia del capitale e lo sfruttamento aumenta.
Nella fase attuale il capitale internazionale e finanziario domina. E i risultati si vedono.
Sono le stesse istituzioni capitaliste a denunciare la crescente differenza tra ricchi (pochi) e poveri (molti), e la sparizione quasi completa della classe media, risucchiata verso condizioni di vita più basse.
E’ da notare come sia sempre più frequente trovare nel nostro mondo occidentale situazioni che credevamo appannaggio del XIX secolo.
Gli “sweatshops”, gli scantinati, le piccole fabbriche del sommerso, le periferie urbane vedono oggi (anche in Italia) molti lavoratori stranieri e indigeni sfruttati ben oltre le classiche otto ore e in condizioni igienico ambientali impensabili anche al tempo della schiavitù.
Ma per spiegare il meccanismo della appropriazione del plusvalore, è bene ricorrere alla “parabola” marxiana, che spiega cosa è successo effettivamente nelle colonie e cosa succede di fatto anche ai giorni nostri nel rapporto tra le persone.

C’era una volta un’isola felice i cui abitanti impiegavano due ore per tre giorni alla settimana per procurarsi il cibo e l’acqua necessaria alla loro esistenza. Un po’ di pesca, un po’ di caccia, la raccolta dei prodotti della terra. Il resto della loro vita era dedicato alla pittura, alla religione, alla musica, alla costruzione di archi e frecce, alla affilatura di lance e coltelli, alla manutenzione di barche (ma aggiungerei anche alla danza, all’arte del racconto e all’amore).
Una vita tranquilla e serena.
Ma un giorno, all’orizzonte, compaiono grandi barche con grandi vele. E sull’isola sbarcano migliaia di soldati dalla carnagione chiara e con lungi coltelli tonanti. Questi uomini, addestrati alla guerra e alla sopraffazione, obbligano gli abitanti dell’isola a lavorare otto ore per sei giorni alla settimana.
Danno loro quanto occorre per vivere, e cioè il prodotto di sei ore di lavoro (rileggete più sù) e si appropriano del prodotto restante (frutto di quarantadue ore di lavoro).

Oggi la situazione è sicuramente più complessa e diversificata, ma il meccanismo di fondo è lo stesso.
Adesso potete rispondere alla domanda: quanta parte della nostra giornata lavorativa va al nostro “prenditore di lavoro”?

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