Editoriali della domenica
Terra, 12 agosto 2002
Alberto Testa e Roberto Casu hanno firmato gli editoriali dell’ Unione Sarda delle ultime due domeniche (4 e 11 agosto).
Nonostante la diversità degli argomenti trattati, è forte l’impressione che entrambi gli articoli abbiano le caratteristiche del clima vacanziero: svogliati, accaldati, un po’ semplicistici ma al contempo supponenti.
Non sono neanche sicura se valga la pena scriverci sù qualcosa, ma assalita dallo stesso clima vacanziero (e dal maestrale di Sardegna) e spero senza gli eccessi di cui sopra, vado avanti.
Alberto Testa, per spiegare la dura battaglia in Senato per l’approvazione della legge sul “legittimo sospetto”, non trova niente di meglio che ricorrere al solito ritornello di un centrosinistra ancora arrabbiato per la sconfitta elettorale e alla disperata ricerca di altre strade per la rivincita e per l’affossamento di Berlusconi.
Afferma, il Testa, a sostegno della necessità della legge e a sostegno del suo legittimo utilizzo da parte del Presidente del Consiglio, che il clima del palazzo di giustizia di Milano non è molto sereno. A dimostrazione, elenca una serie di “argomenti” che però con la serenità del collegio giudicante non c’entrano niente. Infatti:
a) il “resistere” di Borrelli è un’esortazione alla difesa da chi attacca la Magistratura (e Berlusconi, da questo punto di vista, ha l’anima in pace); in ogni caso Borrelli non deve giudicare nessuno e per di più è in pensione;
b) non mi risulta che qualche “toga” abbia mai esternato contro Berlusconi;
c) gli scontri accesissimi tra accusa e difesa (al processo Berlusconi Previti) sono il sale di ogni processo e non riguardano pertanto la serenità dei giudici.
Il Testa - mai assalito da dubbi sulla correttezza del Cavaliere - non si scandalizza, come dicevo, per il tentativo di fuga di Berlusconi e Previti (dalle presunte, gravi accuse di corruzione), così come non si scandalizzò per la fuga di Prodi e Burlando (dal presunto abuso d’ufficio). Che raro esempio di imparzialità.
Poi, nello sforzo di apparire equilibrato, l’editorialista trova il modo di apprezzare “l’unica testa pensante del centrosinistra”, D’Alema. Detto da lui in un contesto simile, l’affermazione pare un po’ ridicola, oltrechè gratuitamente offensiva. Ma siamo in estate.
Roberto Casu, invece, affronta il tema dei fari spenti sulla “Carlo Felice”, l’arteria stradale della Sardegna. Egli si dice sconvolto dalla notizia che la Polizia non la individui come “strada extraurbana principale” e che quindi non vi sia l’obbligo di percorrerla a fari accesi.
Che orrore! Che sfacelo! Che delitto!
E giù una serie di trovate (anche simpatiche e spiritose, lo ammetto) per commentare questo fatto.
Dal tono complessivo dell’editoriale, parrebbe che per Casu sia più importante l’apparenza (il riconoscimento formale della “principalità”) che la sostanza (la strada in sè, e che non cambia, purtroppo, sia che la si chiami autostrada o camionabile).
Se l’obiettivo di Casu era quello di denunciare per l’ennesima volta le carenze e la pericolosità della ‘Carlo Felice’, allora ci riesce solo a metà e avrebbe fatto meglio a trovare un approccio migliore all’argomento. Magari additando, come concausa dei numerosi incidenti, il privilegio riservato al trasporto merci su gomma e il depotenziamento della rete ferroviaria.
Se invece, come appare chiaro, la tesi è che i politici sardi non sono nè coesi nè autonomi perchè, a differenza dei siciliani, ci mancano autostrade e ponti, allora si potrebbe anche concordare. Se non fosse che:
a) alle spalle di autostrade e ponti, a volte, non c’è solo maggiore coesione tra i politici, ma anche criminalità organizzata, in chi dà e in chi riceve;
b) le autostrade non risolvono i problemi legati alla sicurezza (le stragi di questo periodo avvengono soprattutto in autostrada);
c) il ponte, e in genere le grandi opere, procurano danni (all’ambiente, all’agricoltura, alla stessa occupazione) che a lungo andare sono irreversibili.
C’è, invece, nei nostri politici, un problema di capacità e adeguatezza, piuttosto che di coesione.
E mi sembra che la tendenza del momento sia quella di avere ai posti di comando persone (e famiglie) ricche più che colte, potenti più che capaci, interessate più che interessanti, attanagliate fra loro più che autonome e autonomistiche. E non saranno i fari accesi sulla Carlo Felice a cambiare tutto ciò.
I due articoli citati (ma forse tutta la linea editoriale attuale dell’Unione sarda, con la sua tiratura, la sua possibilità di co-formare la pubblica opinione, i suoi legami economici) possono essere considerati, al proposito, come specchio della attuale classe politica dirigente regionale. Nel senso che anche il quotidiano cagliaritano sembra governato da persone in “ferie continue”, senza grande voglia di approfondire lo studio dei problemi e con uno spiccato “senso di appartenenza” alla classe dominante. Nulla di male, intendiamoci; però servirebbe maggiore chiarezza e più onestà intellettuale: siamo di parte e ce ne vantiamo.
Sarà colpa del ricambio generazionale?
Saranno mie esagerazioni, tipiche delle donne non isolane?
E vabbè…ho scherzato.