Sulla crisi economica dell’isola
Terra, 22 giugno 2003
L’organizzazione e il sistema di produzione capitilistico non sono mai riusciti a garantire piena occupazione e benessere costante, n? mai ci riusciranno; anzi sembrano essere una delle cause della povert? relativa della nostra regione.
In genere il processo di accumulazione richiede, tra le altre cose, la pressione continua di masse di disoccupati tesa ad abbassare i salari e ad innalzare cos? i profitti. La precarizzazione, la flessibilit? accentuata e l’assalto all’ambiente e al territorio costituiscono un altro motivo di incremento del tasso di sfruttamento economico e di dominio politico culturale.
Se il contesto socio economico politico non ? in grado di garantire ci?, il grande capitale migra verso altri lidi. In Sardegna, per tutta una serie di motivi, sta accadendo esattamente questo, ma non solo.
Per anni l’intervento straordinario dello Stato ? riuscito a colmare il gap infrastrutturale e le debolezze croniche (legate anche a una forsennata predazione delle risorse durata secoli e secoli), garantendo livelli di reddito accettabili.
E’ la stessa Banca d’Italia ad ammetterlo quando nelle considerazioni finali alla “Assemblea generale ordinaria dei partecipanti” del 31/5/2003 dice:
“…il carattere dualistico del sistema economico italiano, attenuatosi fino agli anni settanta, grazie agli elevati investimenti nelle regioni meridionali in infrastrutture e nei settori di base attuati con l’intervento straordinario, si ? di nuovo accentuato negli ultimi decenni. Al Centro Nord ? localizzato l’85 per cento della capacit? produttiva industriale. Le condizioni ambientali, la distanza dalle regioni ricche dell’Europa, la carenza di efficienti reti di trasporto rendono la produzione del Mezzogiorno meno competitiva di quella delle regioni centrali e settentrionali. Le conseguenze si ritrovano in un pi? basso tasso di occupazione, in una pi? alta disoccupazione, in una quota elevata di attivit? sommerse e di lavoro irregolare“.
Tutti gli indicatori economici sono al ribasso e, come dice qualche studioso, il peggio non ? tanto nelle oscillazioni di essi quanto nel fatto che siano “strutturalmente” negativi.
Tutto vero. Ma non ? tutto. E’ evidente ad esempio che, cos? come gli speculatori di borsa riescono a guadagnare in un mercato ribassista (ad esempio vendendo allo scoperto e comprando a termine), ci sono tanti imprenditori o presunti tali (con il loro circondario di pesci pilota) che guadagnano molto (e forse di pi?) in momenti difficili come questo che attraversiamo.
Lavoro nero, lavoro sommerso, maggiore flessibilit? richiesta ai dipendenti, estensione della giornata lavorativa, straordinari eccedenti qualsiasi limite, minori tutele e minore sicurezza nei posti di lavoro (sar? un caso l’incremento delle vittime nei cantieri?) si accompagnano a tutta una serie di agevolazioni e incentivi statali che vanno a finire nelle tasche private di qualcuno anzich? a finanziare gli investimenti. Per non parlare di quel mondo variegato delle “partita IVA” amante dell’evasione fiscale sistematica (conoscete molti liberi professionisti che rilasciano la ricevuta?) O delle fantasmagoriche regalie che tanti nostri amministratori pubblici fanno ad amici e parenti attraverso le famigerate consulenze.
Non amiamo fare i moralisti, per?, nelle nostre citt?, ai senza tetto e ai disoccupati si affianca tutta una serie di “professionisti del furto legalizzato” che girano in mercedes, si possono permettere una settimana in Costa Smeralda (centinaia di milioni solo per l’albergo) e viaggi d’elite ad Acapulco.
Ci viene da pensare che condizione necessaria per tanta ricchezza (sfoggiata e ostentata senza vergongna) sia la disoccupazione e la povert? relativa di masse consistenti di lavoratori.
Eppure l’ideologia dominante tende non solo a nascondere questa realt?, ma a giustificarla travisandola, asserendo cio? che ? solo la ricchezza di questi pochi “fortunati” a poter creare occupazione con gli investimenti; sono loro i benefattori dell’umanit?, coloro che “danno lavoro” e sfamano tante famiglie.
A nessuno sembra passare per la testa che sia esattamente il contrario: il capitale ha necessit? di impiegare lavoro per valorizzarsi e lo impiega solo nella misura in cui crea nuovo valore, altrimenti licenzia o non assume pi?. Questo ? il capitalismo.
L’ideologia dominante occulta questa verit? e attraverso il potere e il suo esercizio annacqua i cervelli e le coscienze. Anche questo ? capitalismo. Le leggi economiche sono queste e non altre. E’ illusoria l’idea cattolica di un capitalismo buono (non vivete nel lusso sfrenato ma date vita a imprese produttive, non sfruttate ma date il giusto compenso). Il capitalismo non ? n? buono n? cattivo. E’ solo un sistema - necessario storicamente - che contiene dentro di s? la speranza del suo “superamento”.
In Sardegna dobbiamo parlare anche di questo se vogliamo provare a cercare la strada per risolvere la crisi.
Nel frattempo dobbiamo appoggiare l’azione radicale dei sindacati, difendere le giuste posizioni autonomiste e nazionalitarie, lottare per far cadere una giunta di centro destra rivelatasi per la pochezza e la miserevole inerzia amministrativa. Se avversari devono essere, che siano almeno in gamba.