Drammi italici di fine 2003: super euro e Parmalat
Terra, 30 dicembre 2003
Super Euro
Con sgomento, una notizia attraversa l’Italia: un euro vale molto più di un dollaro. Esattamente 1 punto 25 centesimi di dollaro.
Con lo stesso, identico sgomento, appena qualche mese fa, guardavamo al super dollaro e alla lira che rotolava verso un pauroso deprezzamento.
Però questi analisti di economia, questi commentatori che tentano di orientare l’opinione pubblica dovrebbero chiarirsi le idee, una buona volta. E chiarirle anche a noi.
Quando la lira era debole mettevano in evidenza l’aumento del prezzo delle importazioni (leggi petrolio) e l’obbligo - come risposta economica - di tenere alti i tassi per controllare l’inflazione.
Adesso, invece, ci dicono che le esportazioni, con il super euro, sono crollate e che tutta la struttura industriale del paese ne risentirà.
Ma, considerato che entrambe le situazioni possono essere lette anche al contrario, e cioè come opportunità di crescita economica e di miglioramento, ho la sensazione che il motivo di tutto questo pessimismo sia comunicare il seguente messaggio: cari lavoratori, vi attende un periodo di sacrifici e rinunce, i contratti non potranno essere rinnovati alle condizioni pattuite, le spese dello Stato dovranno essere ulteriormente ridotte e le privatizzazioni aumentate. Eccetera.
Insomma, alla fin fine, la distribuzione di benefici e oneri che derivano dal super euro (o dal super dollaro) è un aspetto della più generale redistribuzione della ricchezza prodotta; è un momento di ciò che continuo a chiamare “lotta di classe”, anche se più che una lotta sembra il tentativo di lavare il cervello delle masse, convincendole che l’economia, oltre ad essere materia ostica per dei semplici lavoratori, è anche scienza esatta e immutabile.
Parmalat
Il vero dramma è però il crac finanziario di Parmalat, perchè ha bruciato i risparmi di tantissima gente e perchè costringerà a pesanti sacrifici, ancora una volta, le migliaia di lavoratori coinvolti e alla lunga anche tutti gli altri onesti lavoratori italiani.
Sì, onesti. A differenza di tutti i disonesti che la vicenda Parmalat sta mettendo in luce e di tutti quelli che anche la legge finanziaria 2004 protegge e “condona”.
E mentre all’estero ci considerano come un paese al limite dell’insolvenza a causa del debito pubblico, della mancanza di regole certe a garanzia del risparmio e delle imprese, della nuova tendenza a modificare quelle esistenti ad uso e consumo dei soliti furbi, noi continuiamo a considerarci una grande nazione e ci apprestiamo a digerire come normale tutto il marciume di questi ultimi anni.
Il capitalismo, che è un sistema economico non certo perfetto, qui in Italia è aggravato da usi e costumi deleteri, da imprenditori cresciuti dal e nel malaffare, dalla commistione tra impresa e multinazionale del crimine (mafia, ‘ndrangheta e camorra).
La politica, che dovrebbe correre ai ripari e tamponare le falle, quando non latita interviene non a correggere gli errori ma a confermare questi usi. Un sondaggio commissionato dal sito “LaVoce.info” mostra come il 60% degli italiani si aspettasse il condono fiscale anche per i redditi 2002, il che significa che l’effetto a catena è garantito.
In questo sistema capitalistico così sregolato e in cui la politica è connivente, rischia di venire a mancare la fiducia verso qualsiasi soggetto, comprese quelle società pubbliche - le poche rimaste - che sembrano produrre utili e sembrano trasparenti. Sembrano, appunto. Ieri avrei detto “producono” e “sono”.
Non sono il solo
Ma voglio concludere queste brevi e perfettibili considerazioni con una nota di speranza (vagamente vanesia, lo ammetto) che, però, con gli argomenti esposti non c’entra tantissimo.
Nelle nostre (di cagliarimonamour) elucubrazioni serali, in questi deliri ideologici cui spesso ci lasciamo andare, ci piace disegnare l’Italia che vorremmo. Ma non voglio elencarvi, per il momento almeno, tutte le nostre illusioni.
Mi basta dire che nel nostro progetto, alla voce “pensioni”, prevediamo che lo Stato dia a tutti i cittadini, e fino al 40° anno d’età, una degnissima pensione (viaggi, studio, famiglia, società). E che poi si lavori dai 41 fino ai 70 anni (ovviamente con i tempi e i ritmi che le nuove tecnologie consentono).
Ebbene, durante una trasmissione televisiva dedicata al rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero, un professore di sociologia dell’Università di Milano ha prospettato la stessa, identica idea. Per di più, molto seriamente, avanzava l’ipotesi di una proposta di legge in questo senso.
Allora non sono il solo a pensarla così. Non siamo i soli.
Dunque, la nostra idea di società più giusta, più solidale, più aperta, più internazionale potrebbe non essere così lontana dal cuore della gente.
Certo, questa coincidenza di pensieri può voler dire che sono aumentati i matti in circolazione. Ma se i matti diventanassero maggioranza?