CagliariMonAmour chi si ribella gode

26 Aprile 2008

Vertenza Sardegna, arriva Guglielmo Epifani

Archiviato in: sindacato — admin @ 19:38

ex editoriale 129

Terra, 07 marzo 2004

Per venerdì 12 marzo CGIL CISL e UIL regionali hanno indetto un’ assemblea dei quadri dirigenti a sostegno della vertenza contro i governi nazionale e regionale. In tarda mattinata è previsto l’intervento di Guglielmo Epifani a nome delle tre confederazioni.
La situazione economica e sociale della Sardegna è drammatica. Nel 2003 c’è stato il calo della produzione manifatturiera di oltre il 3,5 per cento; il calo del fatturato del 5,4 per cento; l’ulteriore diminuzione degli investimenti fissi lordi (- 4,4 per cento); il tasso di disoccupazione regionale cresciuto al 16,5 per cento; una forte ripresa dell’emigrazione che vede, ogni anno da almeno 4, 3.000 sardi trasferirsi nel Continente; una incidenza della povertà che supera il 17 per cento contro la media nazionale del 10,8 per cento.
Contro tutto questo e contro lo smantellamento della grande industria (riduzione dei livelli occupazionali; calo del numero delle imprese per numero di abitanti; incidenza dell’occupazione manifatturiera del 10 per cento sull’intera forza lavoro isolana - 536.000 unità - contro una media nazionale del 23 per cento; valore aggiunto pari al 15 per cento del totale prodotto in Sardegna contro una media italiana del 24 per cento) CGIL CISL e UIL hanno aperto un confronto con il governo nazionale e con quello, quasi inesistente, regionale e predisposto una piattaforma che, tra le altre cose, prevede il rispetto degli impegni assunti e delle intese raggiunte per l’abbattimento del costo dell’energia, per la valorizzazione dei siti chimici, per i piani di intervento per Ottana, Porto Torres e Assemini.
Le Organizzazioni Sindacali rivendicano l’avvio definitivo del Parco Geominerario e l’assunzione definitiva dei lavoratori socialmente utili; il rilancio del settore dell’estrazione del marmo e del granito; azioni a sostegno dei settori tessile, metallurgico e manifatturiero; la costituzione dell’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale e l’avvio della bonifica delle aree dismesse; la realizzazione del gasdotto Algeria Sardegna Continente europeo e la metanizzazione dell’isola.
Per ciò che riguarda le infrastrutture e il sociale, i sindacati chiedono l’ammodernamento della rete ferroviaria e il miglioramento della viabilità interna, nonchè il potenziamento del sistema portuale complessivo; la lotta alla povertà con misure a sostegno del reddito delle famiglie e delle persone indigenti e in cerca di occupazione; la razionalizzazione della spesa sanitaria e l’attivazione del Piano Sanitario regionale; l’abolizione dei tickets sulla spesa farmaceutica.
D’altro canto, la Sardegna esce da quell’obiettivo 1 europeo che garantiva tutta una serie di aiuti e risorse a favore delle regioni con reddito pro capite inferiore al 75 per cento della media comunitaria.
Checchè ne pensi Soru, la Sardegna aveva e ha bisogno di quei fondi europei per riequilibrare gli handicap legati alla oggettiva situazione economico-sociale.
La crescita del reddito (indicazione sicuramente contraddittoria con quel senso di difficoltà e di maggiore povertà diffusa che ci pervade), legata all’incremento del prodotto interno lordo dello 0,5 per cento e a una leggera crescita dell’occupazione (+ 1,7 per cento), sta paradossalmente premiando le classi dominanti e acuisce le differenze tra queste ultime e i ceti meno abbienti e medi.
Cresce la speculazione e la rendita parassitaria e immobiliare che, a differenza di qualche decennio fa, vede una certa fastidiosa commistione con il mondo imprenditoriale.
I disoccupati e i senza casa di Cagliari hanno perso anche la speranza.
Questa situazione è figlia innanzitutto del sistema capitalistico, imperfetto e squilibrato per sua natura, della gestione fallimentare del centrodestra regionale, della miopia (speriamo corretta) di una parte del centrosinistra e del sindacato che avevano guardato con speranza e benevolenza alle politiche concertative e al neoliberismo soft.
Questa situazione necessita di una risposta forte e di classe, che sappia puntare alla crescita ecosostenibile e alla redistribuzione più equa del prodotto sociale.
La mobilitazione sindacale di questo periodo e lo sciopero generale al quale, speriamo, verremo chiamati sono il primo ineluttabile passo.
E venerdì, tutti da Epifani.

Evadere et abusare lecitum est

Archiviato in: politica, ambiente — admin @ 19:31

ex editoriale 128

Terra, 27 febbraio 2004

Spero che il mio ex prof di latino mi perdoni per l’obbrobrio del titolo di questo editoriale, ma le mie reminiscenze sono quelle che sono. E lui non ne ha colpa.
Il succo del discorso, però (e spero non sia altrettanto obbrobrioso), è che in questa Italia berlusconiana impera un modello di convivenza civile non proprio eclatante. Con i vari condoni fiscali ed edilizi il messaggio agli italiani - l’hanno già scritto in molti - è: fatevi furbi, se già non le siete.
Ancora più esplicito, il presidente del consiglio ha moralmente giustificato l’evasione delle tasse da parte di chi paga troppo rispetto ai servizi che riceve. Un gioiello di logica sopraffina, una perla di indubbia eticità.
Speravo che almeno in Sardegna, dove il fallimento e le divisioni del centrodestra che guida la Regione sono più evidenti che altrove, e dove il centrosinistra è riuscito più volte a battere in Consiglio la maggioranza, prevalesse un atteggiamento (e un voto) a difesa della legalità e della tutela dell’ambiente.
Così non è stato. Anzi.
Quando si tocca “pisc ‘e scarteddu”, la trasversalità è garantita.
Dal Consiglio regionale sardo mi sarei aspettato un voto diverso, più battagliero e autonomo rispetto al governo, più coscienzioso e rispettoso della peculiarità sarda. Un voto quantomeno più equilibrato. E invece, in nome del realismo e con la scusa delle pseudo modifiche apportate al testo nazionale, molti consiglieri del centrosinistra hanno votato a favore del provvedimento.
Avrei capito, forse, un condono fatto per i piccoli abusi, o per sanare quelle abitazioni costruite per reale, certificata, garantita necessità. Forse.
Ma qui si parla di sanare interi complessi immobiliari; di sanare opere (dietro semplice nullaosta dei soggetti vincolanti) effettuate su immobili posti a tutela di interessi idrogeologici, di falde acquifere, di beni ambientali e paesistici; di salvare i 100 metri quadri di tutti - poveri, ricchi e ricchissimi - costruiti come dependance della “villona”, che deve essere almeno quattro volte più grande (quando si dice l’universalità dei diritti. Peccato che questa universalità non valga per sanità, scuola, pensioni…).
Per fortuna è fatto divieto di sanare gli abusi realizzati nelle zone di rilevante interesse paesistico-ambientale. Ma ho paura che questo divieto sia come quello contro il fumo negli uffici pubblici: si ha la tendenza a chiudere gli occhi.
Insomma, mentre a qualcuno viene difficile tollerare gli extracomunitari, le coppie omosessuali, i consumatori di cannabis, i preti sposati, la ricerca sulle cellule staminali, l’aborto libero a discrezione delle donne, l’educazione sessuale nelle scuole, l’uso del preservativo, i discorsi contro la retorica intorno alla Brigata Sassari…e chi più ne ha più ne metta…gli riesce meglio tollerare l’evasione fiscale, il fumo passivo, gli abusi edilizi dei ricchi (nella speranza che qualche chela di aragosta cada sotto il tavolo), l’aumento indiscrimanato dei prezzi degli immobili (la sanatoria incide in positivo o in negativo?), l’inquinamento da gas di scarico (perchè della macchina in città, come farne a meno?) ecc. ecc.
In nome di questa tolleranza, credo che niente verrà fatto contro gli scempi abusivi, ad esempio, di Medau Su Cramu (cosa ne è stato, a proposito, della costruzione dell’ing. Pili?).
Per carità di patria, voltiamo pagina.

Libertà è partecipazione

Archiviato in: politica, movimenti — admin @ 19:27

ex editoriale 127

Terra, 20 febbraio 2004

C’è una canzone di Giorgio Gaber che dice proprio così: libertà è partecipazione. Ma di partecipazione, in questa società, neanche l’ombra.

Ci dicono che siamo liberi. Di sceglierci il lavoro che preferiamo, di comprarci la casa che sognamo, di girare il mondo in lungo e in largo…persino liberi di votare chi vogliamo. Ma non è esattamente così.

La libertà che ci hanno costruito intorno è una finta libertà perchè è all’interno di schemi e steccati irremovibili, pena l’esclusione dai “privilegi” della società del benessere. All’interno di questi steccati ci concedono quasi tutto, dandoci l’illusione di essere liberi, anche se a scegliere, molte volte, è qualcun’altro (c’è un gioco di magia, fatto con le carte, che spiega molto bene il concetto: il mago “vede”, non visto, l’ultima carta del mazzo di carte e poi vi invita a scegliere quale carta volete che si materializzi. Vi chiede prima di scegliere il seme; se quello che dite non è il seme della carta che lui vuole, vi invita a continuare a “scegliere” fino a quando non scegliete il giusto. Il gioco procede così anche per il numero della carta e alla fine, se fatto bene, avrete l’illusione di aver scelto voi la carta che il mago ha materializzato sotto i vostri sbigottiti occhi).

Oggi, ma anche ieri, è il lavoro a scegliere noi; dobbiamo accettare ciò che passa il convento e i rifiuti che talvolta avanziamo (accontentandoci di ciò che ci passano mamma e papà) non cambiano la nostra condizione “passiva” nei confronti del lavoro. E’ una legge del capitale quella che prevede che tot numero di operai si presenti costantemente a lavoro e che un altro tot sia a spasso, disoccupato e in cerca.

Non siamo nemmeno più liberi di andare in pensione. O meglio, ci hanno talmente ridotto quello che andremo a prendere (con il contributivo) e talmente penalizzato se ce ne andiamo prima, che è obbligatorio restare fino ai 65 anni.

In queste condizioni materiali, e con i prezzi attuali, comprarsi la casa dei sogni diventa quasi una barzelletta, dato che ci si deve accontentare di un affitto e per di più in zone periferiche della città quando non fuori.

Anche la libertà di scelta dei nostri rappresentanti politici è, sotto certi aspetti, una pia illusione: le candidature sono in genere prerogativa dei partiti e, soprattutto, il voto non vincola il votato al rispetto di alcun mandato.

Renato Soru, con la sua autocandidatura, ha finalmente rotto un meccanismo diventato ormai obsoleto e scarsamente democratico, data la risicata adesione dei cittadini ai partiti e data l’inesistenza di momenti istituzionali di confronto tra politici e cittadini (lo stesso Federico Palomba, seppure rappresentasse una novità perchè scelto al di fuori della solita nomenklatura, è stato frutto degli stessi meccanismi).

Soru non ha aperto o stimolato una nuova stagione di partecipazione dei cittadini alla politica, viceversa è un prodotto di questa lunga stagione dei movimenti, iniziata a Seattle, proseguita poi a Porto Alegre, Stoccolma, Genova, Firenze e culminata il 15/2/03 con la grande manifestazione mondiale contro la guerra (oltre 100 milioni di persone si sono riversate nelle piazze delle città dei 5 continenti). Questi movimenti hanno posto con forza alcune questioni: la pace, innanzitutto; una globalizzazione che non sia del grande capitale e dell’imperialismo; la redistribuzione più equa della ricchezza; la tutela di tutte le forme di vita del pianeta e la salvaguardia dell’ambiente; la partecipazione diretta dei cittadini nell’amministrazione della città.

In italia e in Sardegna, questi movimenti si sono saldati al popolo dei girotondi nato contro le politiche liberiste del nuovo centro destra, contro il colossale conflitto d’interessi berlusconiano e la possibile deriva autoritaria del Paese e contro l’atteggiamento attendista e minimalista del centro sinistra, tutto giacca e cravatta. Da noi, si è lottato anche contro lo stoccaggio delle scorie nucleari e, adesso, contro la base americana di Santo Stefano.

Solo in queste condizioni e in questo contesto poteva nascere la candidatura di Renato Soru, e solo la sua candidatura poteva al contempo suscitare tutto l’entusiasmo e il consenso che si registra in questi giorni.

Ma, come si diceva, la libertà è partecipazione. E se Soru non porrà nella sua agenda l’obiettivo di trasformare le forme della rappresentanza, di rendere effettiva e concreta, non virtuale o possibile, la partecipazione dei cittadini ai momenti decisionali, allora avrà perso.

Dai Comuni ai Territori, dalle Province alla Regione, bisogna restituire alle popolazioni il loro diritto a decidere sulle scelte, sulle spese, sugli indirizzi generali della comunità. Il “bilancio partecipativo” è già una realtà e può benissimo estendersi anche alle Regioni.

25 Aprile 2008

Un po’ di chiarezza sull’aria che tira

Archiviato in: ambiente, Dati PM10 — admin @ 18:41

ex editoriale 126

Terra, 19 febbraio 2004

Qualche giorno fa, il Comune di Cagliari ha trasmesso agli organi di informazione notizie tranquillizzanti sullo stato di salute dell’aria cittadina.

Tutto bene, tutto in ordine. L’aria che rispiriamo, anche grazie al vento, è tutto sommato pulita.

Ma quel tutto sommato, cosa significa?

Se andiamo ad analizzare i dati forniti dall’amministrazione pubblica per la prima settimana di febbraio, scopriamo che i valori dei PM10 non sono poi così buoni. E ci è venuto in testa di provare a fare un paragone, con una stazione di rilevamento di Milano, città notoriamente inquinata e a rischio blocco traffico.

Abbiamo considerato 2 stazioni classe c (zona ad elevato traffico veicolare): stazione S.Avendrace per Cagliari e stazione Verziere per Milano e abbiamo provato a confrontare i dati relativi ai PM10. Ci scusiamo se le giornate di rilevamento non coincidono, ma i dati di Cagliari si fermano al 7/2 e quindi prendiamo quelli che vanno dall’1 al 7 (così come forniti alla stampa dal comune); mentre quelli forniti da Milano vanno dal 9 al 15/2. I dati sono espressi in microgrammi per metrocubo e la soglia limite è di 55 µg/m3, anche se Milano, a dire il vero, ha come riferimento limite 50 (e poi ci arrabbiamo quando dicono che sono più civili di noi).

Ecco i risultati:

giorni 1° giorno 2° giorno 3° giorno 4° giorno 5° giorno 6° giorno 7° giorno
S.Avendrace (Cagliari) 64,1 73,7 66,7 73,3 69,1 61,3 57,6
Verziere (Milano) 47 41 53 46 49 71 87

La prima settimana di febbraio, la stazione di S.Avendrace ha rilevato il supero della soglia limite 7 giorni su 7, Quella del Verziere, a Milano, 2 su 7. In quella settimana, Cagliari è risultata più inquinata (per PM10) di Milano. Anzi Milano, al confronto, è apparsa una città pulita e dall’aria salubre.

Sarà un caso, non saranno dati omogenei, bisognerebbe andare avanti col raffronto….tutte obiezioni valide; questi dati sono comunque indicativi di almeno 2 cose:

è ora di toglierci dalla testa la fregnaccia che l’aria di Cagliari è tutta ok. Certo, i valori di ossido di carbonio, biossido di azoto e ozono sono più che buoni e ci fa piacere; però bisogna considerare che non tutte le stazioni di rilevamento sono in funzione, che gli “annusatori” d’aria sono posizionati un po’ troppo in alto, che mancano stazioni di rilevamento nelle vie strette e trafficate, che comunque anche i valori di ozono e azoto, durante l’anno, hanno toccato livelli scadenti, pur senza superare mai la soglia limite;

dobbiamo darci uno sguardo attorno e prendere a esempio, nella gestione del problema traffico e della rete di rilevamento, città come Milano. La cultura, l’attenzione, il coinvolgimento attivo della cittadinanza, la preparazione degli amministratori (anche se di centrodestra :-) ) in città come il capoluogo lombardo dovrebbero essere il modello da seguire per Emilio Floris e compagnia bella. Dobbiamo ripensare al modo di muoverci in città e finirla di assecondare la lobby dell’auto e quella del petrolio; dobbiamo potenziare e incentivare il trasporto collettivo attraverso le corsie preferenziali, privilegiare le piste ciclabili e le zone a traffico limitato.

Sarebbe anche auspicabile che gli organi di informazione locali continuassero a fare indagini e inchieste anche in questo campo, magari valutando l’incremento delle malattie legate all’apparato respiratorio, anzichè prestarsi a leggere passivamente le veline dell’assessorato all’ambiente.

Nel riquadro sottostante alcune informazioni sul PM10, gentilmente concesseci dal Comune di Milano.

PM10 Gli inquinanti atmosferici chiamati “particolato” o “materiale particellare” includono polvere, fumo, microgocce di liquido emesse direttamente in atmosfera da industrie, centrali termoelettriche, autoveicoli, cantieri, e le polveri trasportate del vento. Il particolato si può anche formare in modo indiretto in atmosfera tramite la condensazione in microgocce di gas inquinanti quali l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto, ed alcuni composti organici volatili. La loro pericolosità è quindi dovuta alle sostanze di cui sono composte e a ciò che trasportano. Con la sigla PM10 si definisce il particolato caratterizzato da una dimensione inferiore ai 10µm, che ha la caratteristica di essere inalato direttamente a livello degli alveoli polmonari

Mangiapreti

Archiviato in: chiesa e religione — admin @ 18:39

ex editoriale 125

Terra, 13 febbraio 2004

Mi chiamano “mangiapreti” perchè non perdo mai occasione per parlare male di questi uomini, in sottana nera, dediti ai riti ecclesiastici (alcuni misteriosamente belli, lo ammetto) di santa romana chiesa. Mangiapreti come il vecchio Peppone, stalinista romagnolo.
Non dovrei perdere neppure questa, di occasione. Quella dell’indagine su alcuni sacerdoti sardi in odore (presunto) di pedofilia (a mezzo internet).
Sui gusti un po’ perversi di alcuni ministri di Dio, tutti sappiamo. Sulla loro passione per giovani imberbi, molti hanno scritto e condito. Sullo stridore provocato dalla contraddizione tra le loro prediche astratte sull’uomo astratto (inesistente) e la vita concreta delle persone concrete, loro compresi, siamo d’accordo. Anche i preti, come tutti, hanno in sè parti buone e parti meno buone (l’angioletto e il diavoletto del catechismo): è tutto normale.
Ma su questa vicenda della pedofilia tramite internet, avrei un po’ le idee confuse.
Non che sia un amante della pornografia, per giunta “minorile”. Ci mancherebbe. Dove c’è sfruttamento, violenza, prevaricazione e imposizione non ci può essere giustificazione: è per questo, in fondo, che critichiamo e combattiamo il sistema capitalistico. La perversione che al giorno d’oggi regola i rapporti sociali e che è alla base di molte tragedie famigliari di quest’ultimo periodo, rispecchia la crisi acuta della struttura economica, giunta a mio avviso a un punto di non ritorno.
Sono pure convinto che il mercato della pedofilia si regge anche sulla “domanda”, rappresentata dagli acquisti di materiale illegale. Se non ci fossero acquirenti, la “merce” non verrebbe più prodotta.
Ma internet è un mare aperto, un oceano di domande e di risposte; è quel dio a cui tutto chiedi e che tutto ti dà (basta provare Google.com). E non si può chiedere a un comune mortale di non abbandonarsi alle sue onde, di non farsi trasportare nei milioni di insenature, golfi, rade, spiagge, fiordi e scogliere che spuntano ad ogni click del mouse.
Che razza di nuovo reato è, quello virtuale per antonomasia del voyeur internettiano, incarnazione del detto “tra il dire e il fare…c’è di mezzo il cyberspazio”? Pagare è un aggravante, cambia qualcosa?
E che forme di controllo si adottano nei confronti dei cibernauti? E quale privacy è garantita al “mostro”, per di più sacerdote, sbattuto in prima pagina? C’è relazione tra queste indagini a tutto tondo e la volontà dei governi del mondo, più volte espressa, di “imbrigliare” la rete?
Viviamo nella società dell’ipocrisia perenne, in cui i bambini e le bambine sono liberamente usabili per spot e manifestazioni e quasi liberamente usati nel mondo del lavoro (magari a fare palloni per Nike); ci sono minori che scompaiono in Sudamerica e ricompaiono in USA sotto forma di organi da trapiantare; minori che vengono avviati alla prostituzione in Thailandia, dove piombano poi adulti occidentali in cerca di forti emozioni.
Nella società mercificata, in cui non solo i prodotti del lavoro sociale si erigono a merce ma persino la forza-lavoro produttrice, diventa merce e business il corpo stesso, tutto il corpo; e con esso tutto il tempo di vita, lavoro e tempo libero, svago e sacrificio.
Lottare contro tutto ciò, fermare la perversione è giusto, ma rischia di essere vano, quando non addirittura strumento per fare “altro”, per comunicare “altro”. Vano quanto vano è internet, perchè fatto di tutto tranne che di rapporti reali.
Realtà è invece la violenza sui minori, ma debellarla implica un lavoro ben più profondo e radicale del semplice sequestro di 10 cd rom e un hard disk. Credo.
Allora non me la sento di mangiarmi anche questo povero diavolo di prete. E poi potrebbe essere anche vero che stava studiando il fenomeno, preoccupato per il suo dilagare.

Leonardo Casu

Politici e politicanti

Archiviato in: politica, movimenti — admin @ 18:36

ex editoriale 124

Terra, 07 febbraio 2004

Le persone mediocri che si dedicano alla politica si trasformano, in genere, in politicanti. Gente avvezza a mostrarsi per quella che non è, a millantare conoscenze e capacità, a parlare per ore senza dire niente, a curare innanzitutto il proprio orticello di famiglia, a portare le borse di politicanti più potenti, a travisare le parole degli avversari per poi tentare di spolparli vivi.

Di personaggi di tale risma, le assemblee elettive sarde ne sono piene. E ce ne sono in entrambi gli schieramenti.

Più difficile, invece, incontrare dei politici. Un po’ come i “balentes” veri, o gli indiani apaches, essi non hanno lingua biforcuta, parlano quando hanno qualcosa da dire e dopo che l’hanno detta tacciono. Le loro parole fanno riflettere, perchè non sono mai scontate. E soprattutto ascoltano. Ascoltano e sentono i problemi della gente; sanno proporre, più che soluzioni, percorsi e progetti che aspirino a coinvolgere la comunità nella ricerca di esse. Senza demagogia interpretano e rappresentano lo spirito del tempo in cui vivono e sanno non trasformarsi in “uomini del destino”, pur essendo naturalmente leaders.

Non so se Renato Soru sia un politico vero (propendo per il no, ma di certo non è un politicante), ma quello che ha detto sulle immagini “melense” trasmesse dai mass media al rientro in Sardegna della Brigata Sassari, sulle scarse opportunità professionali che siamo capaci di dare a molti giovani, sulla loro libera scelta di “partire soldati”, sul fatto che un Europa più forte e autorevole avrebbe risparmiato ai nostri figli il coinvolgimento in una guerra non loro, non nostra; tutto questo è vero, e tutti i sardi avevano il bisogno di sentirselo dire per togliere quella patina di bieca retorica che accompagna molti discorsi ufficiali e che fa solo del male “ai nostri ragazzi”.

Non so se Pittalis e La Spisa siano dei politicanti (propendo per il no, ma di certo non sono dei politici), ma la loro capacità di travisare le parole di Soru e di strumentalizzarle per i loro scopi (chiari anche a un cieco) è stata veramente grande e penosa. In evidente difficoltà persino a tentare di governare se stessi, si sono lanciati a testa bassa sulla preda e hanno cominciato a lodare e santificare la brigata Sassari, come se Soru ne avesse parlato male (lui non è mica Lucky Tompson che può permettersi questo e altro), nel tentativo di screditare a tutti i costi il loro avversario.

La differenza tra i due, Pittalis e La Spisa, è che il primo usa la mazza ferrata, mentre il secondo usa il fioretto (non quello che i bravi cattolici fanno per espiare i loro peccatucci). Il messaggio subliminale dell’assessore all’industria è: gli uomini pubblici non devono fare l’errore di dire ciò che pensano, anche se quello che pensano è giusto. Essi devono sempre evitare di scoprire i fianchi per non farsi attaccare, a costo di dire stronzate, però politicamente corrette.

Alla faccia di comunione e liberazione.

La frase più a effetto, invece, è quella del generale Scalas: “per noi soldati vale comunque di più il sorriso di un disabile iraqeno che ha ricevuto con affetto una carrozzella in un piccolo villaggio: quel sorriso è anche il nostro stipendio”.

Come dargli torto? Come non capire la profonda umanità di quel gesto e di questa frase? A lui, neanche il ministro della difesa Martino potrebbe osare dire “e che, a lei fanno schifo i soldi?”.

Ma quella di Scalas è una frase che mi fa venire in mente la storiella di quei briganti che di giorno litigano e di notte spartiscono il bottino. Eh sì. Perchè quel disabile potrebbe esserlo perchè saltato su una mina anti uomo di fabbricazione italiana (ma i militari non fabbricano mine, è vero), o perchè non curato ai tempi dell’embargo totale contro l’Iraq, quando i bambini morivano senza le medicine occidentali (ma i militari non sono medici e non ordinano embarghi, è vero).

I militari prima sparano (obbediscono agli ordini) e poi aiutano (obbediscono agli ordini). Possibile che nessuno veda qualche contraddizione in questi comportamenti, entrambi dettati da ordini superiori?

Io me lo immagino il sorriso di quell’iraqeno. Un sorriso felice ma amaro, come per dire “meglio tardi che mai; ma se non mi avessero mitragliato sarebbe stato meglio, e se l’aiuto me lo avesse dato la croce rossa anzichè i soldati…”.

Vabbè, non sono stati gli italiani a mitragliarlo, ma non sto parlando di responsabilità personali, o nazionali. Sto dicendo che il generale Scalas farebbe meglio ad “arrabbiarsi” di meno e a “ragionare” di più. Avrebbe capito che Soru non ha attaccato l’immagine o le imprese della Brigata Sassari (che neanche un idiota lo farebbe, a parte me), ma chi su quelle imprese ci specula a tutto svantaggio dei sardi (bravi, ragazzi. Voi sì che sapete morire bene, non noi che organizziamo le missioni di pace), contro chi guadagna fior di miliardi su queste missioni umanitarie.

Le parole politicamente più chiare, comunque, sono state quelle del presidente Palomba. Non le ho capite molto bene, ma forse il senso può essere riassunto così: sono disponibile ad essere il candidato dell’Ulivo sardo; sceglietemi, così tagliamo la testa al Soru.

Scherzo, presidente, scherzo.

Lucky Tompson


Politici e politicanti

Mi dispiace che alcuni politicanti sardi abbiano usato la “Brigata Sassari” per mitragliare Soru, ma soprattutto mi dispiace che un soldato navigato( sardo e colonnello ) sia rimasto invischiato senza rendersi conto che il bersaglio era solo virtuale.Anche questo purtroppo è conseguenza…………… dell’obbedienza.
Roberto L.
7/2/04

5 Aprile 2008

Berlusconi ringrazia Legambiente

Archiviato in: ambiente, amarofantasy — admin @ 15:09

Terra, 04 febbraio 2004

Gli amici di Legambiente hanno indirizzato al Cavaliere una lettera aperta in cui gli chiedono di intercedere nei confronti della figlia contro la realizzazione del mega insediamento tusristico di Costa Turchese. Nella lettera, integralmente pubblicata da “La Nuova Sardegna” di ieri, martedì 3 febbraio, gli ambientalisti riconoscono al Presidente del Consiglio, oltrechè l’amore e la famosa competenza per le piante esotiche, un’indubbia passione per la natura e l’ambiente tutto, descrivendo, a testimonianza di ciò, le bellezze floreali di cui ama circondarsi e le splendide case, in Italia e in Sardegna, immerse nel verde.

A stretto giro di posta, Silvio Berlusconi prende carta e penna e risponde agli amici di Legambiente. In escusiva per cagliarimonamour, anticipiamo alcuni stralci della missiva.

“Carissimi, vi giunga innanzitutto il mio più sincero ringraziamento per le parole di elogio che mi avete indirizzato. Sono certo che esse giungono dal cuore, ma anche dalla consapevolezza che pochi imprenditori sanno coniugare sviluppo e conservazione, ambiente e turismo, come me. Il mio amore per la Sardegna, per la sua gente e per il suo paesaggio, mai potrà essere secondo agli appettiti di chicchessia.

Le vostre parole sfondano una porta aperta, ma mi danno anche la forza per confermarvi che, così come affermate egregiamente, io so e saprò tutelare le bellezze di questa meravigliosa isola di Sardegna. Potete fidarvi.

(…) Chiederò a mia figlia di farmi diventare il “supervisore” di Costa Turchese e garantirò la perfetta consonanza di tutte le costruzioni al paesaggio circostante. Non abbiate timore. Vigilerò affinchè gli investimenti della mia famiglia non vadano sprecati in operazioni che deturpano le splendide coste, non garantendo così un positivo e auspicabile ritorno economico.

Sapete bene, e ve ne do atto, che gli imprenditori, come me e mia figlia, vogliono valorizzare il proprio capitale e non buttarlo al vento, imbruttendo invece che abbellendo ciò che Dio ci ha donato. (…) Vi siete messi nelle mie mani, ed esse non sapranno deludervi. Costa Turchese sarà un vero paradiso terrestre per chi ci andrà a vivere. I sardi non si accorgeranno di niente perchè neanche lo vedranno, tanto sarà armonico il connubio cemento/territorio.

(…) Il condono edilizio, cui voi solo accennate, è stato una necessità, finanziaria e sociale. Finanziaria perchè attraverso il gettito fiscale garantito dal condono cerchiamo di aggiustare i conti pubblici; sociale perchè diamo una risposta a quanti hanno dovuto ricorrere agli abusi per garantirsi un tetto sopra la testa, contro le lentezze della burocrazia italiana. Ma l’ho fatto a malincuore. Sappiatelo.

(…) Un caro abbraccio dal vostro Silvio Berlusconi”.

La Maddalena, il Consiglio Regionale abbraccia i movimenti…e viceversa

Archiviato in: politica, ambiente, società — admin @ 15:06

Terra, 29 gennaio 2004

Non sappiamo se la data di ieri passerà agli annali, se sarà festeggiata come “la giornata della ribellione” del popolo sardo (una delle poche, ahinoi), se darà inizio a una nuova fase, più libera e responsabile, nei rapporti Regione-Governo, o se sarà stata solo una breve e illusoria parentesi autonomistica; sta di fatto che i nostri più alti rappresentanti, i consiglieri regionali, raccogliendo l’anelito di buona parte del loro popolo e, in particolare, dei “movimenti”, hanno votato un ordine del giorno che chiede lo smantellamento della base navale nucleare americana di Santo Stefano, La Maddalena. Più che uno schiaffo al presidente Masala, cosa comunque non di poco conto, il Consiglio ha dato un abbraccio a quanti in questi mesi - cittadini, associazioni, comitati spontanei, movimenti - avevano chiesto uno scatto d’orgoglio e una presa di posizione decisa contro la minaccia che quella base rappresenta.

Minaccia di inquinamento radioattivo, certo, ma anche minaccia tout court. Alla pace nel Mediterraneo e nel mondo, all’autonomia della Sardegna, al diritto di governare il proprio territorio.

Il mondo intero, scendendo in piazza il 15 febbraio 2003 contro le guerre e per la pace, ha in qualche modo e in ogni caso modificato le priorità di molti governi (compreso gli USA, che hanno dovuto rivedere i loro piani di guerra preventiva continua) e la loro sensibilità nei confronti di questi temi.

Non erano sordi prima, i politici. Ma oggi sono più attenti, e alcuni di loro fanno parte di quel vasto mare arcobaleno che è una forza, una realtà, una massa imprescindibile della politica planetaria. Ci fa piacere.

Di questa base a La Maddalena, il mondo non ne ha bisogno, la Sardegna non ne ha bisogno. Del rischio nucleare insito in una base come quella, la Sardegna e il modo ne possono fare a meno. Di quell’arroganza colonizzatrice che nel corso dei secoli ha privato la “terra dei nuraghi” di foreste, giacimenti, ricchezze, e che in 50 anni ha regalato decine di migliaia di ettari di territorio ai militari, limitando la nostra sovranità, ci siamo stancati.

E’ per questo che, almeno per oggi, accettiamo l’abbraccio che il Consiglio ha voluto regalarci. E ricambiamo, nella speranza che sappia essere conseguente e coerente.

La stessa coerenza che chiediamo ai quotidiani sardi, così battaglieri e determinanti contro il rischio che in Sardegna venissero stoccate le scorie nucleari di tutta l’Italia. Perchè l’Unione Sarda non sforna un’altra bella bandiera “contro il rischio nucleare, gettiamo le basi a mare”?

La Giudice de La Maddalena addolorata

Archiviato in: ambiente, società — admin @ 15:04

Terra, 22 gennaio 2004

E invece noi invitiamo e inviteremo i turisti a disertare La Maddalena.
La preoccupazione del primo cittadino dell’arcipelago è quella di tranquillizzarli, i vacanzieri.
La nostra è quella di far sloggiare dall’isola di Santo Stefano la base nucleare americana, responsabile dell’inquinamento del mare e dell’aria.
Il ragionamento del sindaco ha qualcosa di sublime: siccome l’inquinamento fa allontanare i turisti, nego il problema e tranquillizzo la gente così i vacanzieri tornano a portarci tanti soldi.
Ci manca solo scoprire che in tutti questi anni, pur di non allarmare cittadini e turisti, ci hanno anche “nascosto” altri dati relativi alla presenza nell’acqua e nell’aria di inquinanti nucleari!
Ma la cosa più deprimente di tutta questa vicenda è capire che la nostra terra è quasi una colonia americana, svenduta dai governi centrali, e che, con o senza permesso, i militari americani costruiscono e ampliano quello che vogliono, inquinano e danneggiano ciò che possono (a dire il vero questo capita un po’ in tutto il territorio italiano). E che dei loro errori rispondono solo al loro governo, non certo al nostro.
Stando così le cose, per svegliare i nostri governanti è necessario, oltre che la nostra permanente mobilitazione, toccargli il portafoglio chiedendo l’aiuto dei turisti: non venite più in questa terra abbandonata a se stessa e alle forze del male, fino a quando esse non saranno state estirpate.
Amen.

Città mercato: di destra o di sinistra?

Archiviato in: economia, società — admin @ 15:01

Terra, 15 gennaio 2004

Il famigerato piano commerciale della Provincia di Cagliari è stato temporaneamente sospeso. Le guerre di religione tra l’amministrazione Balletto e i comuni del territorio della futura provincia del Medio Campidano, tra piccoli negozianti e grande distribuzione, tra marchi diversi della stessa grande distribuzione e tra impresari edili si sono concluse con una tregua. C’è di che stare allegri? Quella del commercio è una gran brutta gatta da pelare (in senso economico-filosofico), perchè non si capisce bene chi abbia ragione e quali interessi reali ci siano in gioco. Proviamo a raccapezzarci un po’.

Il grande capitale è alla continua ricerca di occasioni di investimento e valorizzazione. Di solito, gira e rigira, va a bussare alle porte più redditizie del momento. Più redditizie in quanto evidentemente garantiscono alti saggi di profitto e una buona domanda a supporto. Tanto per capirci, nessuno oggi investirebbe quattrini in una fabbrica di trottole sarde (bardunfule) dato che i bambini non ci giocano più; li investirebbe invece nella costruzione di geomag o di barbie.

L’affare del momento sembra essere l’investimento in grossi centri commerciali: le città mercato. Una gran massa di capitale finanziario, alla ricerca di lavoro vivo da sfruttare, preme per essere utilizzata lì. Edilizia, ristorazione, alimentazione, boutique…e chi più ne ha più ne metta…tutto concentrato in un unico grande spazio, luogo di ritrovo dotato di ampi e confortevoli parcheggi, multimediale piazza paesana in cui, come attratte da potenti calamite, continuano ad affacciarsi nuove attività legate all’intrattenimento e allo spettacolo.

Insomma, la filosofia è la stessa che ha portato alla nascita del mercato di San Benedetto. Cambiano le dimensioni e alcune implicazioni.

La gente si accalca e spende, sempre e comunque. Anche perchè, come dicono i piccoli commercianti, nessuno può competere con i prezzi della grande distribuzione. Quindi le città mercato, e il capitale che le crea, svolgono anche una preziosa funzione sociale: abbattono i prezzi. Benissimo. Ma allora perchè bloccarle?

Paradossalmente, proprio i centri commerciali (futuri) del Medio Campidano sarebbero più utili ed efficienti di quelli dell’area cagliaritana, sempre intasati dal traffico perchè costruiti in zone chiuse o con pochi sbocchi. E allora? Quali altri interessi, temporaneamente opposti a quelli che le vorrebbero, si oppongono alla loro nascita?

Si dice che i piccoli commercianti sarebbero costretti a chiudere e i centri storici delle città si svuoterebbero. E’ vero. Ma è un processo già iniziato da diverso tempo e alla cui origine stanno appetiti e interessi dei più vari. Basti pensare a Cagliari, dove il mercato immobiliare registra prezzi altissimi che invogliano i propietari a vendere e che scoraggiano l’acquisto da parte “semplici lavoratori”. L’amministrazione comunale non solo non fa niente per far calare i prezzi, ma concorre in vari modi ad aumentarli. A comprare, a Cagliari, sono sempre le stesse persone che poi affittano a negozi, bar, attività imprenditoriali, studi professionali. E i centri storici si svuotano.

Che fare, allora? Innanzitutto cercare di evitare che le città mercato siano costruite e gestite sempre dalle stesse persone; dovrebbe, al contrario, essere garantita una sana concorrenza e la massima trasparenza in tutti gli atti amministrativi che sottostanno alla loro nascita.

Quindi sarebbe necessaria una forte tutela della forza lavoro impiegata anche attraverso interventi legislativi che riducano le estreme flessibilità (in ciò, la legge 30 è un ostacolo da rimuovere) e un controllo sul regime degli orari e dei riposi domenicali.

Questo potrebbe essere un primo tentativo, a nostro avviso, di regolare e mediare i saggi del profitto del settore ed evitare in prospettiva un numero troppo elevato di “metri quadri di negozi” in rapporto al numero di abitanti.

Per ultimo bisognerebbe favorire la cooperazione tra piccoli e medi commercianti, nella convinzione che, in ultima analisi, a un certo consumatore (che sta diventando maggioranza) interessa sempre più il rapporto qualità/prezzo e che in questo i prodotti locali possono sicuramente competere.

Il piano del commercio della Provincia di Cagliari risponde a tutto ciò?

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