CagliariMonAmour chi si ribella gode

2 Giugno 2008

20 marzo, fermiamo le stragi

Archiviato in: guerra e pace — admin @ 00:00

ex editoriale 131

Terra, 12 marzo 2004

Terrorismi e guerre sono intimamente legati. Si rincorrono e si anticipano, si preparano a vicenda e a vicenda si giustificano in una spirale di odii e violenze che generano altre stragi, troppo dolore.
Stragi e dolore che non si fermano davanti a nessun muro. Morti e feriti che cercano un perchè, prima ancora di giustizia.
E una pace che appare sempre più un miraggio lontano.
Ma fermarsi, proprio ora, non si può. E’ proprio adesso che ci si deve mobilitare per pretendere la fine di tutte le guerre e il ritiro di tutti i militari dai teatri di guerra, come gesto di buona volontà nei confronti della pace.
Ma non basta. Chi è per la pace è ora che guardi in faccia la realtà della violenza e la chiami per nome: capitalismo e globalizzazione liberista.
L’ideologia dominante - quella borghese - tenta da sempre di nascondere, di celare le proprie origini violente e ciò che la sua politica economica, non da oggi, genera nel terzo e quarto mondo.
E’ proprio adesso il momento di riconoscere e ripudiare quella violenza che sta alla base delle nostre società, opulente per pochi e sfruttatrici di ricchezza altrui, e che genera ingiustizie e diseguaglianze in tutto il mondo. Sono queste ultime a provocare povertà, conflitti, guerre, stragi.
I padri comboniani ne sanno qualcosa. Nelle missioni sparse in tutto il mondo, aiutano quotidianamente a sopravvivere chi è privato dall’accesso ai medicinali, al cibo, all’acqua. Assistono i contadini impoveriti dalle politiche dei grandi commercianti del nord del mondo e dalle politiche finanziarie del FMI. Aiutano chi scappa da quelle guerre a volte direttamente e sfacciatamente finanziate da paesi occidentali e dalle loro brame di fonti energetiche, di pietre preziose, di foreste da tagliare, di braccia da sfruttare.
In fondo, guerre e terrorismi sono alleati; sono facce della stessa medaglia e funzionali allo stesso progetto destabilizzante.
Fermare l’uno può significare sconfiggere l’altro. Considerare giusto l’uno significa giustificare l’altro.
La vera e unica guerra al terrorismo la si fa chiedendo di fermare le guerre per il controllo strategico delle vie del petrolio. E lo faremo il 20 marzo.
In quella data, allora, pensando a Madrid, ma anche a New York, al Medioriente, al Sud America, al Congo, alla Somalia, al Sudan, al Nepal, chiederemo di riportare a casa i nostri soldati per depotenziare i terrorismi, e ai terroristi chiederemo di fermare le stragi per togliere alibi alle guerre.
Ma dovremo cominciare a mettere in agenda un altro, fondamentale obiettivo, senza il quale guerre e terrorismi continueranno a trionfare: il superamento del capitalismo.
O c’è dell’altro che si può fare?

1 Giugno 2008

31 poliziotti riviati a giudizio

Archiviato in: politica — admin @ 23:57

ex editoriale 130

Terra, 09 marzo 2004

Alcune notizie di oggi mi danno l’opportunità di riprendere il discorso fatto nel mio precedente editoriale “Poliziotti vs anarchici” del 14 gennaio, dove commentavo l’inizio del processo agli anarchici cagliaritani accusati di danneggiamento durante la manifestazione del 22 ottobre 2003.

Le notizie sono queste:
per le violenze contro alcuni manifestanti, durante il Global Forum di Napoli del 2001, è stato chiesto dai PM partenopei il rinvio a giudizio per 31 poliziotti;
a Genova, il Tribunale ha respinto l’istanza del Comune per la sua costituzione di parte civile nel processo contro i no global accusati di devastazioni (avvenute durante le proteste contro il G8).

Se a questi fatti aggiungiamo l’inchiesta sulle violenze contro i manifestanti di Genova e sommiamo le testimonianze intorno alla manifestazione di Cagliari del 22 ottobre scorso, che raccontano di un pestaggio bello e buono nei confronti di alcuni anarchici, comincia a delinearsi un quadro che io avevo cercato di dipingere e che alcuni hanno frainteso.

So che il rinvio a giudizio non solo non è una condanna, ma che non può nemmeno essere usato per imbastire tesi e ipotesi avventate.

E tuttavia sono molti gli elementi che mi spingono a credere che in Italia si sia tentato di criminalizzare chi scendeva in piazza con richieste e posizioni “radicali”. Penso che ancora oggi, in molte frange della attuale maggioranza governativa, prevalga un punto di vista che considera sempre e solo responsabile delle violenze e delle devastazioni il no global di turno, e considera le manganellate dei tutori dell’ordine sempre e solo come risposte a queste violenze.

Anche grazie al lavoro autonomo e indipendente della magistratura, sappiamo che non è esattamente così. Abbiamo visto, ad esempio a Genova, che davanti agli atti di teppismo del black bloc la polizia non interveniva, e che le cariche, invece, erano ordinate contro i cortei.

Sappiamo delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine alla scuola Diaz e a Bozaneto e dei tentativi di fabbricare prove contro i manifestanti. Ora sappiamo anche delle accuse di abuso, violenza, lesioni private e sequestro di persona nei confronti dei 31 poliziotti di Napoli.

Questo non può significare nè che tutte le forze dell’ordine siano violente e prevaricatrici, nè che tutti i manifestanti siano a priori indenni da eccessi. Ma è ben diverso se a lasciarsi andare ai peggiori istinti è un tutore dell’ordine (pubblico ufficiale) o un ragazzino delle superiori.

Chi è pagato e addestrato per garantire il rispetto della legge e la tutela dei cittadini ha in questo una responsabilità ben diversa e non può prestarsi - anche se involontariamente - a strani giochi al massacro.

In Italia sta crescendo il movimento per la pace, quello contro la globalizzazione selvaggia e senza freni; e sta crescendo la protesta operaia e delle altre classi subalterne contro la politica economica e sociale dei governanti neo liberisti. Questo movimento è una ricchezza per tutto il Paese, perchè contribuisce a formare cittadini consapevoli dei propri diritti e desiderosi di vederli realizzati; perchè il benessere delle classi subalterne può, in ultima analisi, generare il benessere di tutta la società; perchè manifestare il proprio pensiero rende le persone più mature e più libere e crea le basi per una società futura migliore e più consapevole.

Che nessuno pensi di avvelenare questo clima senza pagare pesanti conseguenze sociali.

Maria Luis P.

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