CagliariMonAmour chi si ribella gode

30 Agosto 2008

Poetto, Zirone riunisce la claque

Archiviato in: poetto — matilde @ 16:24

Terra, 7 aprile 2004

ex editoriale 140

Non soddisfatto dei danni già combinati, Zirone riprova a metter mano sul Poetto e si appresta a formare quel cordone dunale, già previsto e mai realizzato, per tentare di fermare la sabbia che vola via.
I tempi, tanto per cambiare, non sono quelli giusti dato che i …buoi sono già scappati. Infatti sabbia bianca e fine non ce n’è più, mentre quella grossa e grigia non ha nessuna intenzione di scappare. Purtroppo.
A differenza del primo intervento, però, l’amministrazione provinciale vorrebbe coinvolgere anche alcune associazioni ambientaliste per responsabilizzarle in quello che pare l’ennesimo fiasco.
Ed ecco che convoca, in una specie di “conferenza di servizi”, oltre che il Comune di Cagliari, un ingegnere dell’Università cittadina e la commissione provinciale di monitoraggio, anche il WWF, Legambiente e la “molto rappresentativa” Fare Verde (si chiamano così perchè mangiano molta verdura cotta?) che non si capisce perchè, solo per il fatto di essere di destra, debba chiudere gli occhi davanti agli scempi commessi dalla giunta provinciale e appiattirsi sulle sue posizioni, facendo in pratica da claque per Zirone e Balletto.
Ma in tutta questa vicenda del ripascimento del Poetto, evidentemente la politica c’entra ben poco. E’ stata una questione di capacità personali mancanti, non solo nei personaggi politici che l’hanno autorizzato, ma anche in quel corollario di tecnici e studiosi e scienziati che l’hanno preparato e condotto a termine.
E’ come se ci fosse stato un black out generale delle facoltà intellettive di tutte le persone coinvolte.
Solo per questo bisognerebbe impedire che le stesse ci possano mettere nuovamente mano. Ma stiamo scherzando? Si sarebbero dovuti dimettere tutti: dalle cariche politiche, dalle cattedre di insegnamento, persino dalla gestione dei negozi di ottica…
Invece no. Come se niente fosse. Anzi orgogliosi che il Poetto sia ancora frequentato da migliaia di cagliaritani nonostante il disastro.
Noi al Poetto andiamo e continueremo ad andare. Ma proprio per questo rivolgiamo un appello ai signori Balletto e Zirone: fermatevi un attimo a riflettere. Sappiamo che è molto difficile, ma provateci.
Coinvolgete tutte le associazioni ambientaliste cagliaritane, nazionali e internazionali; proponete una gara di idee; interpellate “altri” scienziati e studiosi, nonchè tutte le istituzioni competenti (regione e comuni di Cagliari e Quartu in testa) e insieme cercate di porre rimedio ai danni combinati.
Non è solo un problema di dune (che pure sono necessarie), ma di sistema talmente complesso e integrato da richiedere un ripensamento generale e un nuovo intervento. Ragionato. E quindi non solo vostro.
Non vi appaia strano, ma legato al Poetto c’è anche il problema del Parco di Molentargius, all’interno del quale sarebbe meglio ricomprenderlo, dei suoi equilibri e della sua salute; c’è il problema della viabilità e del traffico; c’è il problema dell’invasione dei baretti con i loro metri quadri di pavimento sempre in espansione; c’è, ancora, la questione degli stabilimenti balneari fissi, che andrebbero demoliti e sostituiti con altri, rimovibili in inverno.
Un intervento serio deve tenere conto di tutto questo, trattarlo insieme e procedere per gradi. La complessità di esso non può essere un alibi per la vostra superficialità, presente e passata.
Tentateci. Solo così la farete verde anche voi.
Ciao.
cma

Tempi moderni. Sicurezza e salute nel terzo millennio

Archiviato in: politica, giornalismo, società — matilde @ 16:22

Terra, 3 aprile 2004

ex editoriale 139

C’è una domanda drammaticamente attuale nell’articolo di Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica di oggi: a quanti dei nostri diritti e libertà democratiche siamo disposti a rinunciare per la nostra sicurezza? E’ una domanda che attraversa tutta l’Europa contemporanea e che negli Stati Uniti d’America ha già trovato una risposta nelle pesanti limitazioni costituzionali poste agli stranieri e nelle guerre preventive contro gli “stati canaglia”.

In Italia, nei giorni scorsi, c’è stata un’azione di polizia che ha portato all’arresto di oltre 150 persone sospettate di avere legami con l’integralismo islamico. Non ci sono accuse precise, reati commessi, indizi certi, ma tutte queste persone sono in carcere e verranno probabilmente espulse dall’Italia in quanto potenzialmente pericolose.

Evidentemente sta crescendo l’allarme attentati anche nel nostro paese; e di fronte all’ignoto terrore che può colpire ovunque, reagiamo in modo democraticamente scomposto nel tentativo di allontanare la minaccia.

Questo tipo di dilemma assomiglia a un altro che ha a che fare con la nostra salute (e con i contenuti di questo sito), posto in termini simili: quanta salute siamo disposti a sacrificare in nome della libertà di movimento e di comunicazione?

E’ una domanda molto attuale in queste nostre città attanagliate dai gas di scarico dei mezzi di locomozione a benzina e ricoperte da una fitta cappa di onde elettromagnetiche legate a centraline elettriche e antenne telefoniche.

Sulla dannosità dell’inquinamento atmosferico legato al traffico nessuno ha più dubbi; su quello determinato dalle antenne telefoniche le sicurezze non sono ancora scientifiche, ma il principio di precauzione dovrebbe guidare le scelte dei nostri amministratori.

Eppure, le resistenze alla sola regolamentazione dei due fenomeni è forte e trasversale, con le varie lobby che hanno rappresentanze politiche in tutti gli schieramenti.

Se chiamiamo “A” i due pilastri positivi sacrificabili insiti nelle precedenti domande (democrazia e salute), “B” gli altri i bisogni imprescindibili (sicurezza e mobilità/comunicazione) e “xA” il quantum di A cui siamo disposti a rinunciare, parrebbe logico arrivare alla seguente espressione:

A - xA = B

Ma all’aumentare di xA, B diminuisce; per ottenerne l’incremento dovremmo far crescere A tenendo fermo xA (o solo diminuire xA).

Quant’è allora il “quid” in questione? Quando si ottiene la parità? Quanto vale quella “x” dell’uguaglianza? E quali i contenuti concreti di questa eventuale diminuzione? E siamo sicuri che il “bene” ottenuto con il sacrificio di un altro “bene”, sia un valore? E’ più importante A o B?

E non sarà invece, come dimostra l’espressione, che a maggiore democrazia e salute corrisponde maggiore sicurezza e mobilità (restando invariato xA)?

Sono le domande ricorrenti di questo mondo globalizzato d’inizio terzo millennio. Domande e questioni che rischiano di contrapporre non idee (che sarebbe bello e auspicabile) ma persone e culture.

Soprattutto la paura del terrorismo, nonostante i distinguo e le cautele del ministro Pisanu, sta generando una sorta di caccia all’arabo, un nuovo “mammaliturchi”, che rischia di allontanare per sempre due mondi, invece, intimamente legati.

Sì, perchè il nostro mondo e quello islamico nascono dalle stesse radici, hanno gli stessi padri e stesse madri, “idoli” e “profeti”, storie e leggende comuni. Così come scrive magistralmente Pietro Citati nel suo “Israele e l’Islam” nella descrizione di quell’arcangelo Raffaele in una miniatura del 1580, eseguita per Akbar, un grande sovrano della dinastia indiano-islamica dei Moghol:

“…Come voleva Akbar, le due culture si fusero tra le mani di Husayn Naqqash: l’Occidente e l’Oriente, l’Oriente e l’Occidente, come nel Divan di Goethe, si armonizzarono in un’opera sola. Il mantello rosso, dalle ricche pieghe, proviene da una pittura occidentale. Le pietre celesti e rosa, gli arbusti e i fiori celesti e rossi, completamente innaturali, la delicatissima gonna ricamata dell’angelo-huri ricordano le miniature persiane che Akbar aveva ammirato nell’adolescenza…”

L’ àncora di salvezza è sempre la stessa: cultura e conoscenza, sapienza e tolleranza, diversità come valore in sè.

Invece che riunire, questa globalizzazione sta separando. E lo fa perchè essa non è in nome della fratellanza tra i popoli, ma in nome del commercio NON equo NE’ solidale.

Anche nel secondo problema la domanda andrebbe posta altrimenti: a quanta libertà di movimento e di comunicazione è giusto rinunciare per garantire e tutelare la salute dei cittadini, soprattutto quelli più esposti, bambini ed anziani?

La possibilità di spostarsi ha sviluppato lo scambio di merci e la conoscenza, quindi la crescita economica e culturale. Nessuno chiede di rinunciare a tutto ciò.

Ma il trasporto collettivo, la comproprietà dell’auto, le biciclette, le gambe sono non solo delle valide alternative all’automobile privata, ma, nelle città supercongestionate di oggi, l’unica possibilità di spostamento veloce.

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