CagliariMonAmour chi si ribella gode

2 Gennaio 2009

Un 2009 con più valore

Archiviato in: politica, società — matilde @ 21:09

Starei lavorando a un’idea. Nel senso che ci provo, se non mi addormento prima, o se non mi attorciglio nelle mie stesse spire, visto e considerato che ragionare il primo dell’anno sotto l’effetto dello spumante che scorre a fiumi, è quantomeno velleitario.
L’idea è stabilire una connessione tra la legge fondamentale del capitale e la politica italiana. Sono matto, vero? Ma dai, non è neppure un’idea nuovissima, dato che si basa su quella che sostiene che la struttura economica e le condizioni materiali di un paese determinano, permeano e condizionano tutto il resto. Comunque ci provo, e sappiate che siete scusati se abbandonerete la lettura dopo le prossime 3 righe. Almeno però leggete l’ultima, dove faccio gli auguri di buon anno. Oppure, iniziate la lettura dalla parola che vedete scritta in rosso più giù (Bene), o, se avete poco tempo ma siete curiosi, da quella in blu (Eppure).

L’obiettivo del capitalista è quello del profitto. Ok? Ok. Una delle condizioni necessarie per raggiungerlo è il costo unitario della merce che produce, che deve essere nella media, cioè in linea con i costi di produzione delle merci degli altri capitalisti. Tutto semplice e chiaro. Se poi riesce ad abbassarlo anche oltre questa media (valore individuale della merce < valore sociale), egli otterrà un profitto extra. Il capitalista che riesce a fare questo - ovviamente nel rispetto della qualità del prodotto e di tutte le norme, contrattuali e non - è considerato un capitalista che fa bene il suo lavoro. Non un buon samaritano, beninteso, ma sicuramente una figura adeguata al contesto in cui si muove. E per farlo, cioè per mantenere le sue merci sempre competitive, il capitalista deve allo stesso tempo investire ingenti capitali nella ricerca, nella formazione dei dipendenti e nell’innovazione. Innovazione di prodotto e di sistemi di produzione (software), oltre che di macchinari (hardware).
Ma che voi sappiate, avviene questo in Italia? Non scherziamo. L’esperienza ci dice che in realtà quasi tutti i capitalisti fanno i furbi, abbassando proprio la qualità del prodotto e risparmiando illegalmente sul fattore lavoro, ad esempio sulla sicurezza o sui salari, o non assicurando i lavoratori. I capitalisti italiani hanno cioè politiche di scarso respiro e lungimiranza: badano ai guadagni a breve termine e a corto raggio.
Bene, non so se il paragone possa reggere a un’analisi più approfondita, ma mi sembra che nella nostra società tutto si vada adeguando a questa legge economica del capitalismo. Nella cultura, nell’arte, nella scuola, persino nei programmi televisivi, mi sembra che gli investimenti siano in caduta libera, che la qualità dei prodotti diminuisca rapidamente e che tutto tenda ad avere meno valore. Ugualmente nella politica.
La storia di un paese è anche la storia della sua politica. Quella del dopoguerra, in Italia, è stata fucina di grandi esperienze, collettive e individuali, moltiplicatrice di cultura e saperi, e ha permesso l’emancipazione delle classi sociali subalterne. Grazie a lei, e grazie al ‘68 che pur tra mille difficoltà è stata la vetta più alta della coscienza di classe, anche i livelli più bassi della scala sociale hanno avuto accesso alle cariche della politica e, con lo studio, la formazione nelle scuole di partito, l’esperienza maturata nei movimenti di allora, molti operai sono diventati parlamentari, battendo la grande concorrenza “qualitativa” all’interno della società tutta. Chi emergeva, fino a qualche anno fa, in politica o nel sindacato, aveva necessariamente delle qualità, un valore in sé elevato. Valore che si estrinsecava nella capacità di guardare al bene della collettività, nella capacità di rappresentare interessi e saper mediare con gli altri, nel saper analizzare la società e i suoi bisogni, nell’onestà, coerenza con il progetto, trasparenza e, in caso di elezione in Parlamento, nella scontata sicurezza di essere rappresentante di tutti gli italiani e non solo dei propri elettori.
Eppure, questa stessa politica che ho così retoricamente esaltato, covava al suo interno i germi della corruzione e del malaffare, tipicamente italici. Mentre il paese cresceva economicamente sull’onda lunga della ricostruzione, una parte di questa crescita era falsa, malata, perché basata sul mancato rispetto delle stesse leggi borghesi e perché frutto di una visione e di comportamenti senza scrupoli di alcuni politici. Tangentopoli era alle porte e, con essa, avanzava il declino del paese. Evidentemente la questione morale, quella denunciata dal compianto Enrico Berlinguer, non nasce con Berlusconi.
Oggi però Berlusconi la completa, nel senso che grazie ai suoi giganteschi investimenti economici in politica (quanto denaro ci vuole per fondare in 48 ore un movimento come Forza Italia?) e alla sua visione da “imprenditore”, abbassa il “valore”, il “prezzo” unitario del politico di professione. Nella società si affaccia e vince una nuova classe che ha, diciamo così, un’idea meno “romantica” del mestiere di politico, e questo processo sta avvenendo a destra e a sinistra, dove la moneta cattiva scaccia quella buona. Ripeto: a destra e a sinistra. Ripeto: la moneta cattiva scaccia la buona. I politici mediocri usa e getta scacciano quelli di valore. Berlusconi è uno dei maestri, forse l’inventore, ma i discepoli sono tanti.
La questione io la riassumerei così: è possibile fare politica senza conoscere i classici del pensiero, da Platone a Campanella, da Bruno a Montesquieu, a Marx, a Locke, a Keynes, a…Federico Caffè (lo so, esagero sempre con il Caffè)? E che cosa bisogna conoscere e aver studiato, oggi, per diventare parlamentari, o consiglieri regionali? Possibile che basti far parte di un gruppo economicamente potente? Possibile che basti essere avvocati, medici, imprenditori, per possedere automaticamente le caratteristiche dell’odierno parlamentare? Possibile che in Parlamento siedano ballerine e veline, presentatrici tv e maghi che si vantano di non aver mai fatto politica e di non capirne un accidenti?
Che fare, a questo punto? Serve a qualcosa continuare a lagnarsi senza intervenire concretamente? Come portare avanti idee (come “democrazia partecipativa”) che sembrano aver perso la spinta propulsiva di qualche anno fa? E possiamo veramente e semplicemente rimpiangere i tempi passati che pure tanta responsabilità hanno della situazione odierna? Che rapporto dobbiamo avere con quell’idea meno “romantica” del mestiere di politico, incarnata da questi carneadi del bene collettivo? Eppoi, è tutto così negativo come la vedo oppure ci sono dei semi nascosti che potrebbero germogliare e dare frutti un po’ meno velenosi? Ovviamente non ho risposte preconfezionate.
Basta così, allora. Basta, perché comincio a perdermi. Sì, comincio a perdermi perché so che le contraddizioni sono tante e che se anche sono fonte di vita e di miglioramento (le contraddizioni, dico), sono comunque dolorose e difficili da affrontare e superare. Penso ad esempio al presidente della regione sarda, Soru. Ha qualcosa a che fare con il quadro che ho dipinto poc’anzi? E’ anch’egli frutto di questo abbassamento generale di valore oppure è un elemento che va in controtendenza? Difficile rispondere. Il bene non sta tutto e solo da una parte. Così come pure il male. Però forse vale la pena ricominciare a distinguere, mettere sulla bilancia i pro e i contro, valutare le cose fatte e quelle non fatte, ponderare le alternative possibili e poi scegliere. Senza fretta e senza preconcetti.
Ecco, forse bisognerebbe provare a ragionare sulle cose che vediamo, sulla realtà e non sulle fantasie (che a quelle ci pensano i nostri psicanalisti). Imparare a diffidare dei proclami, delle parole d’ordine e di chi ci dice che la strada è semplice e unica. Non è così. La strada è lunga e tortuosa. E la crisi economica pesante - ancora all’inizio - è lì a ricordarcelo.
Che il 2009 ci dia una classe politica un po’ più di valore della attuale. L’occasione c’è: le regionali in Sardegna. Buon anno a tutti.

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