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ex editoriale 209 18/01/2005

BOLIVIA. Nelle elezioni di domenica Morales sbaraglia il campo: 63% dei voti.
Alla faccia di chi nel 2005 diceva che sarebbe durato sei mesi.
Questo trionfo è dedicato a tutti i popoli e i presidenti che lottano contro il capitalismo in ogni parte del mondo». Sono state le prime parole con cui Evo Morales ha commentato la schiacciante vittoria nelle elezioni di domenica, quando è risultato rieletto con un inedito 63% dei voti contro il 27% di Manfred Reyes Villa, il suo principale concorrente di destra. Evo ha vinto in 6 dei 9 dipartimenti e i voti rurali che arrivano per ultimi, potrebbero ampliare il margine.
Adesso sì che Morales ha in mano non solo il governo ma anche il potere.
Il presidente boliviano ha avuto i voti che i sondaggi indicavano… e anche qualcuno di più. Ha ottenuto i due terzi dei senatori (nella legislatura uscente non aveva la maggioranza in senato) ed è a 2 deputati dallo stesso risultato alla Camera. A La Paz, Oruro, Potosí ha spazzato via la destra e ha vinto tutti i seggi in palio del senato. L’opposizione sta vincendo a Santa Cruz, Beni e Pando, anche se il Movimiento al socialismo di Evo è riuscito ad aumentare - e in certi casi a raddoppiare - i voti in queste regioni autonomiste della «mezzaluna orientale», ottenendo la metà dei seggi del senato in lizza. E ha vinto a Tarija, dipartimento meridionale alleato con Santa Cruz dove si concentra più dell’80% del gas del paese.
A La Paz il Mas sfiora l’80%. Nelle regioni aymara intorno al lago Titicaca, il voto per Evo è fra il 90 e il 100%. La spiegazione? Identificazione etnica con il «primo presidente indigeno» nella storia della Bolivia e politiche sociali che hanno portato «bonus» a bambini, vecchi e donne incinte. «Ora lo stato è in ogni casa», dice Evo.
La Paz, Cochabamba, Oruro, Potosí e Chuquisaca domenica hanno anche votato sì all’autonomia per rovesciare il no del referendum del 2006 e mettersi al passo della nuova costituzione che proclama uno stato plurinazionale e autonomico. Morales ha anticipato che ora si potrà «togliere il segreto bancario e vedere come sono state accumulate certe fortune»,
Morales ha vinto tutti gli appuntamenti elettorali da quando fu eletto per la prima volta nel dicembre 2005 con il 54%. Nel giugno 2006 vinse le elezioni per la Costituente con il 51%, nell’agosto 2008 fu confermato alla presidenza dal referendum con il 67% e nel gennaio 2009 la nuova costituzione è passata con più del 60%. Questa sequela di batoste elettorali ha scioccato l’opposizione, che ha anche sbagliato strategia puntando su violenza e destabilizzazione.
«Un Morales doveva prima o poi apparire, si chiamasse come si chiamasse: Quispe, Mamani, Condori o Choquehuanca. Per ovvie ragioni il posto di primo presidente indigeno in Bolivia era riservato a un aymara o un quechua», dice l’ex-presidente Carlos Mesa. E Evo Morales - un animale politico a tempio pieno - ha occupato quel posto sull’onda delle rivolte sociali fra il 2000 e il 2005 che ha polverizzato il vecchio sistema politico nato nel 1985 e noto come la «democracia pactada». Le élite lo prendevano in giro, nel 2005, dicendo che Morales non sarebbe durato sei mesi… e ora accusano il leader cocalero di volersi perpetuare al potere. Il dibattito qui in Bolivia adesso si centra sull’interrogativo se, con una maggioranza così schiacciante, il governo si radicalizzerà o no nel suo secondo mandato 2010-2015.
«Faremo quello che abbiamo detto. Non c’è un’agenda occulta. Una grande vittoria elettorale significa più responsabilità rispetto alla gente. Il nostro obiettivo è il grande balzo industriale, lo stato sociale protettore e il decollo della de-colonizzazione e dell’autonomia: sarà più rapido, più efficace e più deciso», ha detto al manifesto il vice-presidente Alvaro Garcia Linera. E ha articolato il progetto del secondo mandato del Mas: «In una società in cui l’imprenditoria è molto debole, qualcuno deve farsi carico di avviare la costruzione della modernità, dell’integrazione e del benessere. I neo-liberisti hanno creduto che questo ruolo potessero svolgerlo gli investimenti stranieri. Oggi abbiamo uno stato produttivo in vari settori: petrolio, finanza, energia, industria mineraria, agro-industria. Uno stato che regola ed equilibra. In Bolivia c’è stata una rivoluzione vistosa sul piano politico, però un’altra più rapida, più contundente e meno rumorosa sul piano economico». Per questo forse il futuro economico boliviano assomiglia di più al capitalismo di stato industrialista del nazionalismo rivoluzionario degli anni ‘50 che al socialismo o all’anti-capitalismo proclamato da Morales.
Le sfide di fronte l’«evismo» non sono da poco. Il paese continua a basarsi sull’industria estrattiva e vive del gas e prodotti minerari. Per questo Morales dice che la priorità del secondo mandato sarà lo sradicamento della povertà estrema che tocca ancora oltre il 30% della popolazione .
Pablo Stefanoni
La Paz
from il manifesto 08/12/09

Le pagine dei principali organi di stampa internazionali sono piene, in questi giorni, di quantità impressionanti di cifre sui cambiamenti climatici - e per lo più spaventose. Partiamo dalla concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre: nel 2008 l’Organizzazione mondiale di meteorologia, agenzia dell’Onu, ha registrato 385,2 parti per milione di Co2, due parti in più rispetto al 2007 - nel 1958 eravamo a 315 parti per milione. Dal 1750 la Co2 rilasciata nell’atmosfera è aumentata del 38% e il metano, altro pericoloso gas serra, del 19 %.
Ma chi emette di più? I paesi del G8, ovvero il 13% della popolazione mondiale, incidono per il 43%. Per entrare in dettaglio, gli Usa emettono ogni anno intorno ai 6,4 miliardi di tonnellate di Co2, ormai superati di 400 milioni di tonnellate dalla Cina (6,8 miliardi di tonnellate). Se si fa riferimento però alla media per persona, ogni americano è responsabile di 21 tonnellate, un cinese di 4,8. Per capire quanto poco incidano i paesi del Sud del mondo basti tenere a mente che un etiope ha la «responsabilità» di solo 0,1 tonnellate di Co2 annua. Eppure sono le realtà più povere del pianeta quelle che subiscono gli impatti più nefasti del processo in corso. La Banca mondiale valuta in 90 milioni i «nuovi» poveri a causa della crisi ambientale.
Per «adattarsi» ai cambiamenti climatici i paesi del Sud chiedono fondi per circa 400 miliardi di dollari; le controparti del Nord vogliono sborsare molto di meno e in alcuni casi, vedi Francia e Germania, facendo rientrare quei soldi nel conto già striminzito degli aiuti allo sviluppo.
Certo, ora tutte le superpotenze mondiali ammettono che è l’operato dell’uomo ad aver causato il surriscaldamento globale - non a caso 11 dei 12 anni più caldi sono stati registrati dal 1995 a oggi e ci sono ottime probabilità che il 2010 superi ogni limite fissato finora. Tutti i capi di stato e di governo del pianeta nel 2006 hanno senza dubbio letto il Rapporto Stern, commissionato dall’esecutivo britannico, dove si evidenzia che continuando di questo passo il pil mondiale calerà del 20%, sebbene basti solo l’1% dello stesso pil per porre un argine alla mutazione del clima.
I leader mondiali sanno anche che gli 800 scienziati autori del rapporto 2007 dell’Intergovernamental Panel on Climate Change dell’Onu hanno riempito migliaia di pagine con le previsioni sugli effetti dello stravolgimento del clima della Terra. Ci hanno avvertito che entro il 2040 l’Artico si ritroverà a vivere un’estate nella quale neppure un filo d’erba sarà coperto dalla coltre di neve; che l’Antartide ha già perso 8mila chilometri quadrati di superficie ghiacciata e che i 150 ghiacciai che esistevano nel Montana (Usa) nel 1910 saranno tutti spariti intorno al 2030, mentre quelli boliviani tra il 1975 e il 2006 hanno già perso il 48% della loro superficie. Si pensi che i ghiacciai Tuni e Condoriri, che forniscono buona parte dell’acqua per uso domestico alle città di La Paz e El Alto, continuando di questo passo spariranno rispettivamente nel 2025 e nel 2040. Ma di questi esempi, purtroppo, se ne possono fare molti. Sicuramente troppi
Luca Manes
from il manifesto 08/12/09
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