Craker. Dalla Cina con furore….

Alla fine la pistola fumante è stata scoperta, ma invece di chiarire ha annebbiato ancora di più una situazione già complicata. Gli hacker che pochi mesi fa hanno attaccato Google e altre decine di aziende americane dando l’avvio a una crisi diplomatica inaspettata - anche se certo con radici più profonde - tra Pechino e Washington erano proprio cinesi. E quel che è peggio, studenti di due istituti della Repubblica popolare.
A tirare la bordata è stato ieri il New York Times, che in questa vicenda di guerriglia informatica e di schermaglie politiche degna dei tempi della Guerra fredda ha ormai il ruolo della corazzata. L’autorevole testata ha avuto una soffiata altrettanto autorevole: nientemeno che i servizi segreti interni, quella National Security Agency cui la stessa Google si era rivolta, non senza suscitare a sua volta perplessità tra gli utenti, dopo lo smacco subito con la violazione dei propri server da parte di potenti criminali informatici.
Ebbene, ora gli investigatori americani non solo confermano la matrice mandarina dell’attacco - finalizzato a rubare segreti industriali, codici, nonché email appartenenti ad attivisti cinesi - ma aggiungono che questo probabilmente era iniziato mesi prima, già lo scorso aprile. Soprattutto, ne hanno localizzato l’origine in due scuole: una è la Shanghai Jiaotong University, ateneo d’eccellenza nel campo informatico (i suoi studenti hanno appena vinto una competizione internazionale promossa da Ibm); l’altra è la Lanxiang Vocational School, un istituto legato ai militari e la cui rete informatica viene gestita da Baidu, il motore di ricerca dominante e principale concorrente di Google nel paese.
Come si debbano interpretare queste nuove informazioni però ancora non è chiaro: alcuni esperti ipotizzano che il Lanxiang sia utilizzato per coprire operazioni governative; altri avanzano la possibilità che gli istituti siano stati usati da un terzo soggetto, magari straniero; mentre non manca chi ritiene che alla base di tutto ci sia l’obiettivo di uno spionaggio industriale. La nebbia poi s’infittisce con l’aggiunta di un ulteriore dettaglio: un attacco sarebbe partito da uno specifico corso di informatica tenuto da un fantomatico professore ucraino. La cui esistenza - per non dire dell’identità - resta avvolta nel mistero.
Si fa sempre più intricata dunque la vicenda che a livello pubblico è esplosa lo scorso gennaio, quando Google denunciò le incursioni sui propri server per mano cinese. L’attacco - ribattezzato dagli esperti di sicurezza Operazione Aurora - aveva coinvolto una trentina di aziende della Silicon Valley, nomi importanti come Yahoo, Adobe, Symantec, Dow Chemical.
È vero che operazioni nascoste di guerriglia informatica sono in corso da tempo e coinvolgono varie potenze mondiali, dagli Usa alla Cina passando per l’India, Israele e la Francia. Ma l’episodio che si è incentrato sulla mail di Google ha superato per intensità e sistematicità ogni altra manifestazione. Facendo traboccare il vaso e portando alla luce tensioni sotterranee. La grande G a quel punto è stata quasi costretta ad alzare la voce, annunciando per rappresaglia di non voler più censurare il suo motore di ricerca in mandarino. Alle dichiarazioni del colosso internet ha dato manforte l’intervento del segretario di Stato Hillary Clinton, che ha condannato ogni forma di cyber-attacco e cyber-terrorismo. Anche se fino ad oggi la Cina ha sempre cercato di minimizzare e defilarsi, rifiutando ogni addebito. Del resto l’inganno e la dissimulazione sono parte costitutiva della cyberwarfare. Che ci dà un’unica certezza: non è finita qui.
Carola Frediani
