CagliariMonAmour chi si ribella gode

4 Marzo 2010

Articolo 18: è controriforma

Archiviato in: politica, movimenti — matilde @ 20:58

Non abrogato ma più semplicemente aggirato. Mai nominato, l’articolo 18 si avvia sulla strada di una rapida archiviazione. Dopo due anni di spola parlamentare, il cosiddetto «collegato lavoro» (il disegno di legge 1167 B) è arrivato ieri in lettura definitiva al senato, l’articolo incriminato (quello su conciliazione e arbitrato) è stato approvato in serata e già oggi l’intero provvedimento potrebbe diventare legge. Il governo riesce nell’impresa fallita otto anni fa e lo fa senza mai nominare l’oggetto in questione. L’articolo 18 viene di fatto svuotato, reso inesigibile, sostituito da un arbitrato cucito su misura sull’imprenditoria nostrana. Non decade ma servirsene sarà sempre più difficile.
Il ministro Sacconi è uomo ambizioso e ieri, dal palco del XV congresso Uil ha detto: «Abbiamo i titoli per andare oltre verso un nuovo statuto dei lavori». Nessuno in platea ha fiatato. E sulle polemiche levatesi, Sacconi è sbottato: «L’ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere la tensione sociale. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma». Difficile per un organizzazione sindacale difendere una norma che consente di sostituire il reintegro del posto di lavoro (in caso di licenziamento senza giusta causa) con una più comoda ammenda, ma Cisl, Uil, e anche Ugl, ci riescono. La Cgil anche ieri ha denunciato l’operato del governo, puntando il dito su tutte le altre «norme deregolatorie» che il «collegato» introduce: «Un insieme di norme peggiorative (tra cui quella dell’apprendistato a 15 anni) che si aggiungono a quelle sull’arbitrato, la certificazione e il ruolo del giudice del lavoro - le definisce il segretario confederale Fulvio Fammoni - nel tentativo di capovolgere i fondamenti del diritto del lavoro, aggirare norme come quelle dell’articolo 18 nate per tutelare i più deboli e consumare così una sproporzione evidente tra i diritti del lavoratore e quelli del datore di lavoro».
L’operazione chirurgica del governo consiste nell’allargamento delle maglie dell’«arbitrato»: in sostanza, in sede di stipula e di certificazione del contratto di lavoro, quando dunque i rapporti di forza sono con ogni evidenza sbilanciati dalla parte del datore di lavoro, potrà essere inserita una clausola in cui si dice che eventuali controversie si risolveranno non davanti a un giudice, e dunque in ottemperanza alla legge, ma davanti a un «arbitro», in ottemperanza a ben più generici criteri di «equità». Il datore di lavoro potrà dunque imporre la strada dell’arbitrato ai nuovi assunti. «Solo per i contratti certificati - replica Sacconi - … E poi non dobbiamo pensare che il lavoratore sia un minus habens».
Trovare «un certificatore che attesti la reale volontà delle parti» sarà un gioco da ragazzi per le imprese. Quanto invece a chi ha già un contratto a tempo indeterminato, il dettato di legge, come spiega Tiziano Treu (Pd), prevede che l’arbitrato potrà essere introdotto, tramite accordo tra le parti, anche in corso d’opera. A introdurre il ricorso all’arbitrato saranno i contratti collettivi (ma se le parti non trovano un accordo interviene il ministro per decreto). Dietro questa foglia di fico cercano riparo sia Cisl che Uil: più spazio alla contrattazione collettiva! Ma è ancora Treu a spiegare che esiste anche una seconda strada, quella di un accordo individuale tra il singolo lavoratore e il suo datore di lavoro. «L’articolo 18 potrebbe diventare un optional», conclude l’ex ministro del lavoro.
Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, definisce il tutto «un disegno che guarda al passato più lontano per un mercato del lavoro selvaggio, diametralmente opposto a quanto servirebbe per spingere le nostre attività produttive verso una competizione di qualità». Antonio Di Pietro parla di «un esecutivo che fomenta violenza contro il mondo del lavoro», e rilancia lo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 12 marzo («parteciperemo con forza e convinzione»). Paolo Ferrero (Prc) e Roberta Fantozzi (responsabile lavoro del Prc) decidono per «un atto estremo di protesta», lo sciopero della fame, e annunciano una battaglia refenderaria che riguarderà anche questo disegno di legge. Stigmatizza il disegno di legge anche Nichi Vendola (Sel): «È una vergogna, e a questo punto diventa fondamentale che tutte le forze democratiche e di opposizione si impegnino affinche i diritti dei lavoratori non facciano un salto indietro di mezzo secolo, a partire dal sostegno allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 12 marzo».

Sara Farolfi

il manifesto 4/3/10

Il lavoro in liquidazione

Piergiovanni Alleva
Giovanni Naccari

Soluzione finale. Il governo e la maggioranza di destra stanno per approvare in Parlamento il disegno di legge (1167-b/Senato) che sul lavoro completa l’opera di destrutturazione del sistema di tutele del lavoro, già portata avanti con fervore da ben noti provvedimenti legislativi (detti comunemente «pacchetti») fino al decreto legislativo 276/2003 (c.d. legge Biagi). Si tratta di una sorta di «soluzione finale» (o «crocefissione», stante la vicinanza della Pasqua) perseguita con molta determinazione e anche con una certa perfidia tecnica che rende poco visibile la reale portata e gravità dell’operazione. Allarmate reazioni, infatti, sono venute soprattutto dagli esperti (Consulta giuridica Cgil, Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza, Agi, appello di giuslavoristi). Ma è mancata, finora, la grande mobilitazione della gente comune, come quella che si era attivata dopo l’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Eppure la posta in gioco è la stessa, e anzi addirittura più ampia di quella che nel marzo 2002 portò milioni di lavoratori a riempire il Circo Massimo.

Tutto il potere al datore
L’ispirazione generale del progetto si fonda, da un lato sulla volontà di privare i lavoratori della facoltà di un rapido ed efficace accesso alla giustizia, e dall’altro dalla volontà di privare i giudici del potere di ripristinare effettivamente i diritti violati dei lavoratori. Questo si evince in primo luogo dall’articolo 32 del progetto che - sotto la specie di voler impedire al magistrato un controllo di merito, ossia sull’opportunità dell’esercizio del potere datoriale - pretenderebbe di lasciare alla decisione semplicemente arbitraria del datore vicende importantissime, quali i trasferimenti o i licenziamenti per ragioni economico-produttive. Dunque, senza alcun contemperamento tra il potere del datore e l’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione, come invece vorrebbe l’articolo 41, comma 2 della Costituzione.

Certificazioni false, giudizi arbitrari
Lo sbilanciamento del progetto a favore della parte datoriale risulta altrettanto evidente dalle innovazioni apportate alla certificazione dei contratti di lavoro. Questo istituto, introdotto dalla cosiddetta legge Biagi, ha sempre avuto un fondamento intimidatorio e ricattatorio, perché consiste nell’attribuzione a un rapporto di lavoro di una certa «etichettatura», alla quale il lavoratore acconsente solo per l’assoluta necessità di lavorare. Così normali rapporti subordinati possono essere «certificati» come a progetto, a termine, ecc. Tuttavia, l’esistenza dell’articolo 24 della Costituzione ha garantito finora al lavoratore il diritto di rivolgersi al giudice per ristabilire la vera natura del rapporto. E così ora, per raggiungere l’obiettivo di rendere intoccabile la certificazione di un rapporto sostanzialmente falso, il progetto elimina la stessa possibilità che il lavoratore si rivolga al giudice, prevedendo che nel contratto certificato, stipulato dal lavoratore sotto ricatto, possa essere introdotta una clausola arbitrale per la quale qualsiasi vertenza (sia riguardante la vera natura del rapporto, sia ogni altra vicenda, licenziamento compreso) venga decisa non più dal giudice, ma solo da un «arbitro», cioè da un esperto che, come insegna l’esperienza, è facilmente influenzabile dalle classi economicamente dominanti, e che giudicherà «secondo equità», ossia senza applicare precise norme sanzionatorie.

Sterilizzazione dell’art. 18
Come si può intendere, non sarà necessario attaccare frontalmente l’articolo 18, perché basterà aggirarlo, sostituendo il soggetto che dovrebbe applicarlo. Ad esempio, in caso di licenziamento ingiustificato, l’arbitro più facilmente non deciderà il «reintegro» nel posto di lavoro, ma più «equamente» una modesta «monetizzazione» per l’«arbitraria» perdita dell’occupazione del sempre più solo e indifeso lavoratore.

Come infierire sul precariato
Chi non si è fatto illusioni sugli orientamenti sociali della destra, osserva con sgomento il cinismo con cui il progetto tende a perpetuare lo sfruttamento del precariato. Anche qui l’attacco è per via processuale. Infatti il progetto pone ora ostacoli temporali e psicologici alla possibilità di ottenere la trasformazione in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i rapporti precari (a termine, a progetto,somministrati, ecc.) che risultassero per un verso o per l’altro illegittimi. Infatti, ora bisognerà che il rapporto precario sia impugnato stragiudizialmente al massimo entro 60 giorni dalla sua conclusione e che l’azione giudiziaria sia effettivamente iniziata nei successivi 180 giorni. Si sfrutta cinicamente, da una parte la scarsa o nulla conoscenza giuridica dei semplici lavoratori, magari extracomunitari, e dall’altra la titubanza che il lavoratore precario ha sempre verso una immediata impugnazione per la speranza di un rapporto contrattuale spontaneo.

C’è dell’altro
Il progetto, infatti, sfidando la sentenza della Corte costituzionale che ha riconfermato la conversione a tempo indeterminato del rapporto a termine illegittimo, prevede che al lavoratore non vengano dovute tutte le retribuzioni perdute, ma soltanto un risarcimento minimale, con pesanti ripercussioni retributive e previdenziali per il lavoratore ingiustamente assunto come precario. In definitiva, per il governo di destra, egli deve perdere anche quando vince.
* associazione per i diritti sociali e di cittadinanza


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