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Un esercito di pace

Terra, 25 maggio 2004
QUISQUILIAE
CAGLIARI E DINTORNI
RESTO DEL MONDO
E D I T O R I A L I
F O R U M

C A R T O L I N E
S C R I V I C I
L I N K

L'occupazione dell'Iraq continua. L'esercito italiano è impegnato in una missione, tanto difficile quanto teorica, di aiuto alle popolazioni civili, in un clima sempre più rovente, caratterizzato da scaramucce quotidiane e da periodici attacchi da parte della resistenza sciita irachena. Attacchi sempre più pesanti.

In questo ambiente ostile, in risposta al "fuoco nemico" i nostri soldati sono autorizzati a sparare e uccidere: nessun tribunale li potrà mai incriminare e condannare. Nonostante le disquisizioni semantico-linguistico-filosofiche dei teorici del centrodestra, questa è guerra.

E i militari italiani hanno dimostrato di saperci fare, con le armi, ricevendo persino i complimenti dai vertici militari statunitensi, sorpresi dalla professionalità con cui hanno difeso i ponti di Nassiryia: evidentemente erano rimasti allo stereotipo dell'italiano "spaghetti e mandolino", più capace a fare il latin lover che la guerra.

Purtroppo non è più così. Adesso l'esercito italiano è un esercito scelto, fatto per e da professionisti che imparano in fretta, e bene, ad usare i gioielli dell'industria militare italiana. Equipaggiati di tutto punto con gli ultimi ritrovati supertecnologici, sono in grado di spostarsi in qualsiasi punto del globo in cui fossero richiesti e portare a termine qualsiasi missione.

Ma che ce ne facciamo noi di un esercito così? Non certo per difendere il "suolo natio" e cacciare gli invasori (unica forma di guerra permessa dalla nostra Costituzione), dato che la Storia (ad esempio la Resistenza italiana contro il nazifascismo, o la guerra del Vietnam e la battaglia di Stalingrado) ci insegna che per far questo non servono puntiglioso addestramento e eccellente professionalità.

Oppure crediamo veramente di utilizzarlo per combattere il terrorismo, che notoriamente si nasconde e va combattuto con ben altre azioni, come ci insegna la nostra esperienza degli anni '70 e '80?

C'è invece da qualche tempo una malsana accentuazione del ruolo degli eserciti di professionisti, del loro addestramento, del significato di "patria", della violenza delle armi, della guerra. Ora con gli eserciti diciamo (ipocritamente) di voler fare tutto: dalla lotta al traffico della droga a quella contro le armi di distruzione di massa; dalla esportazione forzosa della democrazia agli aiuti umanitari (?). In realtà, un business camuffato.

In quest'ottica - e per garantirci le briciole dei contratti per la ricostruzione dell'Iraq - ci stiamo impelagando nella cosiddetta guerra preventiva permanente, che è l'ultima chance USA per continuare a garantire ai propri cittadini livelli di consumo superiori alle loro possibilità, e per sopperire ad una egemonia politica ormai decadente.

In quest'ottica, stiamo abbandonando il modello dell'esercito "di leva" che ha funzionato per tanti anni. Quei fatidici 12 mesi (o anche più), in cui se ti andava bene sparavi 2 volte soltanto e non beccavi mai il bersaglio, erano una specie di battesimo del fuoco di socializzazione forzosa lontano da mammà. Quello sì, era un potenziale esercito di pace.

Ben inteso, nessuno rimpiange la vita di caserma. Molte idiozie e molte violenze, dentro le caserme, avvenivano; quell'esercito andava riformato, ma non in questo modo.

I fenomeni di nonnismo - tuttora presenti - e questa rinata sete di mascolinità armata si sarebbero dovuti combattere smilitarizzando le caserme e abolendo le gerarchie militari, non accentuandole.

Insomma, un esercito civile, fatto di ragazzi addestrati a portare concretamente aiuti alle popolazioni in difficoltà, educati alla cooperazione nazionale e internazionale, utilizzati per dimostrare e diffondere la pace, senza armi nè aerei da caccia, lavorando a fianco del "nemico" per costruire acquedotti, strade, scuole.

Un esercito di pace a supporto, ovviamente, di una politica di pace. Se in Iraq, ad esempio, avessimo perseguito una politica fatta non di embarghi disastrosi e assassini, ma di aperture di credito e di collaborazione nella lotta alle malattie e alla povertà, forse Saddam si sarebbe potuto sconfiggere senza le migliaia di vittime della guerra, magari con un po' più di tempo e pazienza.

Tanti bambini non sarebbero morti e la resistenza sciita ci avrebbe accolto a braccia aperte anzichè a colpi di mortaio.

E' evidente che adesso tutto questo non è più possibile. Ora è necessaria una svolta.

Potremmo cominciare col ritirarci dal campo di battaglia e proseguire col non fare le parate militari per la festa della Repubblica. Sarebbe già un bel segnale di inversione di rotta.

L.T.
cma

il sito dell'esercito

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