Ho appena finito di leggere l'ultimo romanzo di Umberto Eco, "La misteriosa fiamma della regina Loana", e ho la sensazione di non averlo letto. O, meglio, di averlo già letto mille altre volte attraverso i suoi precedenti scritti.
Dove ho già sentito quelle sue parole sui giovani poeti e sulla convinzione che se continuano a scrivere dopo i vent'anni devono essere dei geni, altrimenti sono patetici?
Perchè mi sembra di aver già saputo della passione di Eco per gli ornitorinchi, ma anche per Kant?
E perchè il turbinio di citazioni mi fa rivivere, come nella nebbia, le storie di Gerard de Nerval e della sua Sylvie? La nebbia di Eco ha la stessa funzione di quel verbo iniziale all'imperfetto, in "Sylvie"?
La confusione è massima sotto il cielo. Una specie di Babele in cui mi pare di rivivere (mi sento Yambo) il racconto di Colonna sul sogno della battaglia amorosa di Poliphilo, con quelle illustrazioni che descrivono i posti visitati e le divinità incontrate, l'ancora e il delfino (festina tarde).
E insieme l'Ulysses joyciano, con i suoi monologhi avvitati e gli approdi frequenti. Con il percorso della passeggiata di Bloom che viene emulato dal percorso della memoria di Yambo.
La misteriosa fiamma è anche una versione in prosa dei saggi di Eco sui libri che si parlano tra loro e che si rimandano l'uno all'altro in un universo parallelo altrettanto "reale" e "versosimile"; sulle strutture necessarie al racconto e sulla loro analisi, che non fa mai perdere - all'analista - il fascino primordiale della lettura e il meccanismo dell'ipotiposi (parola buffissima per indicare {connotare o denotare?} la sensazione di essere dentro il romanzo che stiamo leggendo).
Chi è il lettore ideale de "La misteriosa fiamma della regina Loana"? Mi dovrebbe suggerire qualcosa la locuzione "il più crudele dei mesi"? Raymond, Eliot, Poe o chi? Ed è aprile il mese da cui inizia il racconto?
"Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un'alba d'inverno,
Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
Ch'io non avrei mai creduto che morte tanta n'avesse disfatta."
I livelli di lettura sono molteplici, tanto che viene voglia di rileggerlo muniti dell'Enciclopedia della Letteratura Mondiale della Motta. (Ma dov'è finita?) E poi, con quale criterio iniziare la ricerca?
L'Enciclopedia riporta i titoli dei testi in ordine alfabetico e non esiste alcuna traccia, se non il proprio bagaglio culturale, per risalire a tutte le citazioni del libro, per decifrare l'incipit e l'intera prima parte.
Ci vorrebbe uno strumento di ricerca più sofisticato, in grado di scovare le pagine e l'autore cui Umberto Eco attinge e tentare poi una interpretazione diversa, una comprensione ermeneuticamente più vicina a quella del lettore modello (spero che voglia dire qualcosa, direbbe Eco).
Ma neanche un dio dei nostri tempi come internet restituisce risposte esaustive e convincenti. Brancolo nel buio. Anzi nella nebbia. Appartengo ad un'altra generazione e molte sfumature non le colgo.
Cosa ho letto, dunque? Il seguito di Baudolino o la resurrezione del naufrago tra gli orologi a pendolo, protagonista sfortunato dell'isola del giorno prima? La bramosia per l'isola del passato equivale alla ricerca del ricordo del viso di Lila?
E nonostante la confusione, o forse proprio per questa, mi pare di aver letto l'opera migliore di Eco. Il romanzo della maturità finalmente raggiunta (non me ne voglia, professore), che parla di sè e delle passioni di un uomo del novecento (questo a prescindere dagli eventuali elementi autobiografici), dell'uomo del novecento, il romanzo mancante tra Proust e Musil, l'anello di vita vissuta dopo Croce e Hobsbawn.
Adso da Melk è diventato adulto e ora può insegnare lui qualcosa a Guglielmo da Basckerville.
La memoria perduta di Yambo (i suoi ricordi e passioni personali) è memoria di conoscenza e conoscenza essa stessa. E per ricostruirla non può che usare il canale, l'andito (come uno degli anditi della casa di Solara) dell'arte.
Perchè Yambo - ed Eco - ci insegna che noi siamo anche ciò che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato, il teatro che abbiamo vissuto, il cinema in bianco e nero di cui abbiamo goduto, i fumetti che ci hanno incantato. Ci dice che la scienza senza la coscienza non ci porta da nessuna parte (è valido anche l'inverso?) e che l'esperienza personale può diventare esperienza collettiva e conoscenza. Delle leggi del mondo e dei suoi abitanti.
Noi conosciamo anche attraverso l'arte e la letteratura, in maniera per così dire diretta grazie a ciò che di espicito raccontano, e in maniera indiretta grazie alle emozioni che suscitano e vanno a sistemarsi nel cervello, in attesa del giusto richiamo.
Le emozioni dell'infanzia ci plasmano e determinano per buona parte il nostro spazio affettivo, le parole degli altri diventano nostro patrimonio profondo in grado di influenzare - come le ultime scoperte sembrano avvalorare - ambiti "genetici" fino a ieri considerati fissi e immutabili.
Il gioco di rimandi e citazioni incrociate stimola i neuroni a interconnessioni cerebrali sopite ma anche nuove, a conoscenze dimenticate ma anche nuove.
Scienza, vera figlia ti mostri del Tempo annoso,
tu che ogni cosa trasmuti col penetrante occhio!
Ma dimmi, perche' al poeta cosi' dilani il cuore,
avvoltoio dalle ali grevi e opache?
Come potrebbe egli amarti? E giudicarti savia,
se mai volesti che libero n' andasse errando
a cercar tesori per i cieli gemmati?
Pure, si librava con intrepide ali.
Non hai tu sbalzato Diana dal suo carro?
E scacciato l' Amadriade dal bosco,
che in piu' felice stella trovo' riparo?
Non hai tu strappato la Naiade ai suoi flutti,
l' Elfo ai verdi prati e me stesso infine
al mio sogno estivo all' ombra del tamarindo?
Chi è l'Amadriade, cos'è la Naiade?
Pixim
p. cma