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A due chilometri e più...dal mare

Terra, 29 dicembre 2004
QUISQUILIAE
CAGLIARI E DINTORNI
RESTO DEL MONDO
E D I T O R I A L I
F O R U M

C A R T O L I N E
S C R I V I C I
L I N K

Forse è ancora troppo presto per distrarre l'attenzione da quello che sta avvenendo in Asia e dalla necessità di portare soccorsi di ogni genere, prima che l'emergenza si trasformi in una nuova tragedia. Sanitaria, questa volta.
Eppure, anche ripensando a quanto scritto da Pixim nel suo "Madre natura", proprio questa sciagura rischia di non dare troppo tempo alla prevenzione di una prossima.
Sai com'è: ad essere previdenti non si sbaglia mai.
Chi ha provato la forza dei cavalloni del Poetto, soprattutto dopo il ripascimento, può capire - molto ma molto in piccolo - che cosa deve essere un'onda di dieci metri che ti si scaglia contro. O che, peggio ancora, trova una barriera e scarica la sua potenza trascinando indietro tutto ciò che trova.
Dunque veniamo al sodo: non per fare il portasfiga pibinco, ma in Sardegna esistono sistemi di allarme contro le onde anomale? C'è qualcuno che sta monitorando il Mediterraneo, i vulcani sommersi, l'arrivo di grandi meteoriti e la conseguente produzione di tsunami?
E c'è un piano per allertare la popolazione e farla sfollare, mettendola in sicurezza?
Se fosse come il piano di evacuazione antinucleare della città di Cagliari staremmo belli freschi.
Chi è il responsabile della sicurezza dei cittadini, chi conosce questi piani ed è responsabile della loro divulgazione e attuazione?
Non saprei dire.
Comunque, dando retta alla teoria di Sergio Frau, una spaventosa onda anomala ha già colpito la Sardegna intorno al 1200 a.C. spazzando il Campidano e i suoi nuraghi, e incutendo un tale terrore nelle genti sarde da farle nascondere nell'entroterra, lontane da quel terribile dispensatore di morte e distruzione e che come tale verrà visto fino ai giorni nostri, trasmesso quasi nel DNA.
Altro che invasioni barbariche.
Può succedere ancora? Spero di no.
Di certo la prudenza non è mai troppa e in quest'ottica, senza inutili allarmismi, senza paranoia ma anche con giusta preoccupazione, si dovrebbe ripensare il nostro rapporto con il mare e utilizzare l'opportunità del piano paesistico regionale per porre seriamente la questione della distanza dal mare fino a cui non si può costruire. Non è l'unica questione ma è una delle tante.
E penso che i due chilometri siano il minimo. Bravo Soru.

Leonardo
cma

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