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Gli iracheni hanno votato

Terra, 31 gennaio 2005
QUISQUILIAE
CAGLIARI E DINTORNI
RESTO DEL MONDO
E D I T O R I A L I
F O R U M

C A R T O L I N E
S C R I V I C I
L I N K

La giornata del 30 gennaio 2005 rimarrà una data comunque storica. Sia che le percentuali dei votanti iracheni superino il 60% (come pare), sia che ne rimangano molto al di sotto (come qualcuno ventila).
Un barlume di speranza nella fine della guerra e degli atti terroristici, queste votazioni l'hanno dato.
L'escalation di violenze, da una parte e dall'altra, è come se fossero dei colpi di coda di una strategia del terrore che aveva l'ambizione di lasciare tutto nell'anormalità e di scoraggiare il voto.
Non ci illudiamo che la pace sia dietro l'angolo. Ma se è vero che donne e uomini si sono recati alle urne, pochi o molti, significa che questo può accadere: che sciiti, sunniti e laici iracheni si arrendano all'evidenza della necessità di un accordo, della possibilità di rendere al popolo un po' di "normalità" forse mai conosciuta.
Normalità che prevede il ritiro delle truppe straniere, l'autonomia dei kurdi e il riconoscimento dei diversi partiti che si opponevano a Saddam.
Ha vinto il popolo e la sua voglia di riscatto, di pane e di diritti. Hanno vinto le donne che sono andate a votare, alcune, senza velo. Ci piacerebbe che avesse vinto anche l'utopia della pace, tra le bombe che esplodevano e le loro numerose vittime.
"In circostanze come quelle odierne gli iracheni non invocano valori elevati come libertà e dignità, ma chiedono all'amministrazione pubblica di soddisfare le esigenze più elementari come cibo, acqua, prezzi accessibili, servizi funzionanti. Anche per questo la popolazione è andata a votare, nella speranza che cambi qualcosa nella vita quotidiana".
Lo dice un missionario cattolico a Baghdad, padre Manuel Hernandez, parlando delle votazioni di ieri.
Pertanto da oggi, aggiungiamo noi, i kamikaze non hanno più alcun motivo per immolarsi ma mille altri per iniziare la lotta democratica che è tutto il contrario del corpo che si martirizza.
Questo è il risultato che tutti si auspicano e per cui la comunità internazionale ha lottato. Con metodi diversi, certo, e non tutti condivisibili; ma negare oggi il successo personale di Bush, della sua politica e anche, se vogliamo, della sua marcia indietro sul ruolo internazionale degli States, è sbagliato e non corrisponde al vero. Purtroppo.
Gli stessi risultati si sarebbero potuti ottenere con metodi decisamente più umani e legali (a meno che non giudichiamo umana e legale questa guerra), ed elezioni più regolari saranno quelle effettuate non più sotto "occupazione", ma la verità è che nessuno al mondo era particolarmente stimolato alla democratizzazione dell'Iraq. Nessuna organizzazione, nessuna entità politica nazionale o sovranazionale ha avuto la capacità di proporre una soluzione politica alternativa.
La destra mondiale, quella che è al governo, si sta mostrando adeguata al ruolo di protagonista internazionale, con proposte e pratiche il più delle volte le uniche in campo, e perciò vincenti. La sinistra "istituzionale" latita e langue nell'eterna rincorsa ai temi e ai metodi della destra.
Noi però vediamo, subiamo, sentiamo, quindi sappiamo, che al di là delle apparenze sono molti i danni che le destre (più Blair) stanno combinando al pianeta.
Urge che il popolo di Porto Alegre metta in campo al più presto le sue idee, per tracciare la strada che lega l'utopia e il mito ai popoli della Terra e ai loro bisogni.
L'aspettano anche gli iracheni.

cma

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